martedì 7 agosto 2012

DAÌTA MARTINEZ – TRE POESIE INEDITE






Daìta Martinez è nata a Palermo, ove risiede.
Segnalata e premiata in diversi concorsi ha pubblicato in antologica con LietoColleLa Vita FeliceMondadoriAkkuaria. È autrice dei testi in video tour Kalavria 2009.
(dietro l’una) è la sua opera prima, edita LietoColle, 2011, segnalata alla Quinta Edizione del Premio Nazionale di Poesia “ Maria Marino ”.
Suoi inediti sono stati segnalati dalla giuria del Premio poetico “ Ossi di Seppia ”, 2011.
Suo racconto inedito è stato segnalato dalla giuria del Premio di narrativa “ Ossi di Seppia ”, 2012. 


Dalla prefazione al libro: (dietro l’una), LietoColle. 2011 

« […] Daìta dominata non è, né dai tempi né dal continuo faccia a faccia con la poesia, che paradossalmente contiene il trauma e la sua cura. Se un poeta deve spingersi oltre le proprie forze, anche a costo di lasciarci la pelle, lei lo fa. […] 

Con questo viaggio lo spazio e il tempo si fondono in una ricerca che evidenzia l’evento di molte pagine, soprattutto là dove si ascoltano i rumori e le voci di una terra, di un suolo abitato, in questo caso la Sicilia. Palermo. Luogo di calori, mari agitati e burrasche, di fughe e amori eroici, di canti suadenti, di spade e scudi. […] 

Non so quanto Daìta abbia avuto presente l’opera di Celan, nell’individuare la propria forma grafica, attenta ai particolari timbrici e spaziali, alle asperità, e alle corrispondenze vitali che sicuramente – come nel poeta ucraino – hanno avuto a che fare con la composizione. Ma una sorta di geologia del corpo, dentro (dietro l’una), ci indica passione per la realtà, uno stare dentro la storia dell’uomo e della donna, secondo destini d’esilio che li accomunano. […] 

Il gioco delle parole, le acrobazie tanto disincantate ma amate da questa poetessa, […] vogliono prospettare un futuro produttivo. Dove dentro ci stanno la ricerca e l’emozione, la denuncia e i fatti di concretezza, ma prima di tutto l’irriverente semplicità della prima elementare creazione. »

Elio Grasso 


Di Daìta Martinez ci siamo qui precedentemente occupati ( si veda:  Daìta Martinez e Sebastiano A. Patanè leggono: (ma poi è domenica), di Daìta Martinez )















. il cotone degli accenti
annoda mirtilli alla gerla 
dei contenuti e gli orologi
vuotano la collina che succede . 









la stanza di t .



impressione 
un dito ha toccato

   bemolle
   parola

imboccata
adesiva sostanza

  miseria
  cortile

non erano questione di rami gli alberi usciti di bocca
appassita la frutta sopra camicie stirate a mente gli
spostamenti di schiena sorprendono il tempo che ci
appende nascita la piastrella del verbo incendiato l’
altare della sposa pizzicano al velo rosso dei tempi 

macerie
la stanza di t.

  bucato
  stomaco

acustico
sorgere a lungo

  squisito
  orrore

il gioco ritratto colpisce di schiena una sigaretta
dal soffitto caduta alla guerra risuola l’inclusione
a strofinacci allungati senza attenuanti le sevizie
spostano mollette alla terminologia delle braccia 
rifugiate di ora espressioni significate nel sangue 










*




. coltivare nel bosco lassenza
spostando di un foglio la punta
sullaltare o avvolgere lascesa
a una resistenza di acqua abbi
_amo rami a esserci passato i
tetti  a r r o s s a t i  delle mani




















6 commenti:

  1. Con la Poesia di Daìta Martinez ci troviamo di fronte a qualcosa di nuovo, davvero nuovo, e profondamente originale. Nel suo fare poesia Daìta ha scelto, io credo, quella che potremmo chiamare la via di πόλεμος, della guerra, nel senso eracliteo ("guerra / di tutte cose padre / di tutte cose re […]"). Mi riferisco a una guerra particolare avverso la struttura profonda del linguaggio, e non solo quello poetico. Una guerra costantemente proclamata da tutte le avanguardie letterarie e artistiche di ogni tempo e condotta comunque spesso fino a conseguenze estreme. Ma la particolarità, nel caso di Daìta, è la sua non appartenenza in assoluto ad avanguardie, gruppi o manifesti vari. Quella di Daìta, condotta per lungo tempo e "in solitaria", è una guerra al linguaggio che possiamo solo dedurre dai risultati poetici ed espressivi, dalle strutturazioni linguistiche nuove e particolari ormai sue proprie, e che pare Daìta utilizzi anche nel suo parlare quotidiano. Insomma noi deduciamo adesso una guerra trascorsa, nella quale Daìta ha essenzialmente, già da qualche tempo, conseguito una delle più importanti vittorie. Non ci si deve però aspettare che i conflitti nei confronti del linguaggio, quello poetico in particolare, siano chiusi davvero e definitivamente. La nostra Autrice non è quel tipo di poeta che possa fermarsi a questo pur ragguardevole traguardo. Credo che, a prescindere dalle attese dei lettori e degli estimatori, il suo faccia a faccia col linguaggio, Daìta Martinez non potrà né vorrà considerarlo mai definitivamente concluso.

    A. C.

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  2. Il linguaggio di Daita,è un linguaggio di conquista.Non può essere rivisitato,perchè è una novità e come tale,assume un ruolo di dominio che può piacere o meno,ma sicuramente colpisce per freschezza e spontaneità tali,da definirle necessarie per uno stile che si fa portavoce di un discorso molto anticonformista.

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  3. Sì, concordo con Sonia: Anticonformista, tramite di un poetare 'altro' che rende propri e la sperimentazione e i giochi di parole; la metafora mi pare il mezzo espressivo portante, gli enjambements regalano movimenti asincroni, in un fluire di pensieri che si accavallano, che si svelano per metà e lasciano il resto all'interpretazione del lettore.

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  4. Daìta Martinez, è riuscita a spezzare la sintesi, a frantumarla, per un linguaggio indipendente. Non considero la sua scrittura avanguardia, in quanto non trovo un continuum, per quanto distaccato, con le forme classicheggianti, bensì un salto nel modus che non trova associazioni col recente. Per me, Daìta, è avanti di parecchio rispetto al folto della buona poesia.

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  5. Fantastica...trovo questa poesia densa di immagini potenti, che si dipingono a tratti decisi e piccanti, a tratti quasi eteree.Vola alta la parola di questa poeta, strutturalmente nuova e senza paragoni.

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  6. la struttura narrativa è stata spogliata delle sue componenti non essenziali, sono state lasciate, ben individuate e isolate, alcune parole come grandi promontori cui affacciarsi e rimirare il paesaggio circostante: miseria / cortile, e poi: bucato / stomaco, ognuna con la sua brava vertigine incorporata, con la carica di campo magnetico e poi, come controcanto o lacerazioni di un contrappunto, un tentativo di ricostruzione, frammenti, pezzi di storie, schegge, briciole di deformazioni balbuzienti, a riempire un quadro di desolazione.
    Non so se sia lecito parlare di novità, oppure se non sia più opportuno dire che ci muoviamo in un solco della tradizione ormai collaudato a partire fin dagli anni sessanta, in un versante della poesia una volta limitrofo all'avanguardia.

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