domenica 19 agosto 2012

CÉSAR VALLEJO - SEIS POEMAS ORIGINALES Y SUS TRADUCCIONES EN ITALIANO




César Vallejo, in un disegno di Pablo Picasso

César Abraham Vallejo Mendoza (Thomas Merton lo chiamava “il più grande poeta universale, dopo Dante”, e il poeta, critico e biografo Martin Seymour-Smith, una delle principali autorità della letteratura mondiale, ha detto di lui: “... il più grande poeta del XX secolo, in qualsiasi lingua”) nacque a Santiago de Chuco, un villaggio andino del Perù. Fu il minore di undici figli e studiò all’Università Nazionale di Trujillo. Il poeta interruppe varie volte gli studi per lavorare in una piantagione di canna da zucchero, dove si rese conto di come venivano sfruttati i contadini; fu un’esperienza che influì sulla sua visione sia politica che estetica. Vallejo si laureò in lettere nel 1915.
Più tardi si trasferì a Lima, dove lavorò come insegnante e si avvicinò ai membri della sinistra intellettuale. Dopo una serie di difficoltà riuscì a pubblicare il suo primo libro di poesie Los heraldos negros : sua madre morì nel 1920 e dopo essere tornato a Santiago de Chuco fu imprigionato per 105 giorni con l’accusa di essere un incendiario, prima di aver dimostrata la propria innocenza.
Dopo aver pubblicato Trilce nel 1923 e perso il posto di insegnante a Lima, il poeta emigrò in Europa, dove visse fino alla sua morte avvenuta a Parigi nel 1938. Fu sepolto nel Cimitero di Montparnasse.
Durante la sua vita conobbe e divenne amico di alcuni noti pensatori peruviani suoi coetanei, come Antenor Orrego, Abraham Valdelomar, Víctor Raúl Haya de la Torre e José Carlos Mariátegui.

OPERE:
Poesia: Los heraldos negros (1918); Trilce (1922); Poemas humanos (1939); España, aparta de mí este cáliz (1939).
Teatro: Mampar ; Les taupes (1929, in francese) ; Lock-Out (1930, in francese) ; Entre las dos orillas corre el río (anni trenta) ; Colacho hermanos o Presidentes de América (1934) ; La piedra cansada (1937).
Narrativa: Escalas melografiadas (1923) ; Fabla Salvaje (1924) ; Hacia el reino de los Sciris (1928) ; El tungsteno (1931) ; Paco Yunque.
Traduzioni in italiano“ Poesie, di César Vallejo traduzione, studi introduttivi e bibliografia di Roberto Paoli, 
Lerici Editori, Milano, 1964; “ César Vallejo - Opera poetica completa ” (Edizioni Gorée, 2008).


La pagina CCXXXI, ultima degli studi introduttivi redatti da Roberto de Paoli e posti ad apertura del libro POESIE, di César Vallejo, traduzione, studi introduttivi e bibliografia di Roberto Paoli, Lerici Editori, Milano. 1964














A mi hermano Miguel

                                             In memoriam



Hermano, hoy estoy en el poyo de la casa,

¡donde nos haces una falta sin fondo!
Me acuerdo que jugábamos esta hora, y que mamá
nos acariciaba: « Pero, hijos… ».

Ahora yo me escondo,

como antes, todas estas oraciones
vespertinas, y espero que tú no des conmigo.
Por la sala, el zaguán, los corredores,
después, te ocultas tú, y yo no doy contigo.
Me acuerdo que nos hacíamos llorar,
hermano, en aquel juego.

Miguel, tú te escondiste

una noche de Agosto, al alborear;
pero, en vez de ocultarte riendo, estabas triste.
Y tu gemelo corazón de esas tardes
extintas se ha aburrido de no encontrarte. Y ya
cae sombra en el alma.

Oye, hermano, no tardes

en salir. Bueno? Puede inquietarse mamá. 





A mio fratello Miguel

                                             In memoriam




Fratello, oggi son qui sul sedile della casa
Dove tutti sentiamo la tua mancanza senza fine!
Ricordo che si giocava a quest’ora e la mamma
ci accarezzava: « Ma via, bambini! ».

Ora vado a nascondermi,

come prima, durante questi vespri
di preghiera, e spero che non mi troverai.
Per la sala, l’ingresso, i corridoi,
poi ti nascondi tu, e non ti trovo.
Ricordo che a quel gioco
ci facevamo piangere, fratello.

Miguel, ti nascondesti

una notte d’Agosto, era già l’alba;
ma non ridevi più, ora eri triste.
E il tuo cuore gemello di quelle sere
morte è stanco di non trovarti. E già
sull’anima calano le ombre.

Senti, fratello, fa’ presto

A venir fuori, capito? La mamma si metterà in pensiero.



                                                        da « Los heraldos negros » (1918) 






XXXV 




El encuentro con la amada
tánto alguna vez, es un simple detalle,
casi un programa hípico en violado,
que de tan largo no se puede doblar bien.

El almuerzo con ella que estaría

poniendo el plato que nos gustara ayer
y se repite ahora,
pero con algo más de mostaza;
el tenedor absorto, su doneo radiante
de pistilo en mayo, y su verecundia
de a centavito, por quítame allá esa paja.
Y la cerveza lírica y nerviosa
a la que celan sus dos pezones sin lúpulo,
y que no se debe tomar mucho!

Y los demás encantos de la mesa

que aquella núbil campaña borda
con sus propias baterías germinales
que han operado toda la mañana,
según me consta, a mí,
amoroso notario de sus intimidades,
y con las diez varillas mágicas
de sus dedos pancreáticos.

Mujer que, sin pensar en nada más allá,

suelta el mirlo y se pone a conversarnos
sus palabras tiernas
como lancinantes lechugas recién cortadas.

Otro vaso, y me voy. Y nos marchamos,

ahora sí, a trabajar.

Entre tanto, ella se interna

entre los cortinajes y ¡oh aguja de mis días
desgarrados! se sienta a la orilla
de una costura, a coserme el costado
a su costado,
a pegar el botón de esa camisa,
que se ha vuelto a caer. Pero hase visto! 





XXXV 




L’incontro con l’amata
qualche volta è davvero una minuzia,
quasi un programma ippico viola,
così lungo che non si spiega bene.

Il desinare con lei che ci metterebbe

davanti il piatto che ieri ci è piaciuto
ed ora si ripete,
ma c’è un po’ più di mostarda;
la forchetta assorta, la sua corte radiosa
di pistillo a maggio, e il suo rossore
da un centesimo, per ogni piccolezza.
E la birra lirica e nervosa
che i suoi capezzoli senza luppolo sorvegliano,
e non bisogna berne troppa.

E le altre meraviglie della tavola

che quella nubile campagna ricama
con le sue stesse batterie germinali
che han fatto manovre tutto il mattino,
a quanto risulta a me,
amoroso notaio delle sue intimità,
e con le dieci bacchette magiche
delle sue dita pancreatiche.

Donna che, senza pensare un briciolo più oltre,

apre il becco e comincia il predicozzo
con le sue parole tenere
come lancinanti lattughe appena còlte.

Un altro bicchiere e me ne vado. E ce ne andiamo,

ora sì, a lavorare.

Frattanto ella si addentra

fra i cortinaggi e – oh ago dei miei giorni
lacerati – si siede sulla sponda
di una cucitura a cucirmi il fianco
al suo fianco,
ad attaccarmi il bottone di quella camicia,
che è di nuovo caduto. È mai possibile!



                                                        da « Trilce » (1922) 






Piedra negra sobre una piedra bianca




Me moriré en París con aguacero,
un día del cual tengo ya el recuerdo.
Me moriré en París – y no me corro 
tal vez un jueves, como es hoy de otoño.

Jueves será, porque hoy, jueves, que proso

estos versos, los húmeros me he puesto
a la mala y,
jamás como hoy, me he vuelto,
con todo mi camino, a verme solo.

César Vallejo ha muerto, le pegaban

todos sin que él les haga nada;
le daban duro con un palo y duro

también con una soga; son testigos

los días jueves y los huesos húmeros,
la soledad, la lluvia, los caminos… 





Pietra nera su una pietra bianca




Morirò a Parigi nello scroscio
di un giorno che ho già vivo nel ricordo.
Morirò a Parigi – non m’inganno –
come oggi forse un giovedì d’autunno.

Di giovedì sarà. Oggi che proso
questi versi e gli omeri ho malmesso,
è giovedì e mai come oggi giunsi,
con tanta strada a rivedermi solo.

César Vallejo è morto, lo picchiavano
tutti senza che lui facesse nulla;
lo legnavano sodo e duramente 

lo cinghiavano: sono testimoni
i giorni giovedì, l’ossa degli omeri,
la vita sola, la pioggia, le strade…



                                                        da « Poemas humanos (N
ómina de huesos) » (1939) 






Un hombre pasa con un pan al hombro...




Un hombre pasa con un pan al hombro
¿Voy a escribir, después, sobre mi doble?

Otro se sienta, ráscase, extrae un piojo de su axila, mátalo

¿Con qué valor hablar del psicoanálisis?

Otro ha entrado en mi pecho con un palo en la mano

¿Hablar luego de Sócrates al médico?

Un cojo pasa dando el brazo a un niño

¿Voy, después, a leer a André Bretón?

Otro tiembla de frío, tose, escupe sangre

¿Cabrá aludir jamás al Yo profundo?

Otro busca en el fango huesos, cáscaras

¿Cómo escribir, después del infinito?

Un albañil cae de un techo, muere y ya no almuerza

¿Innovar, luego, el tropo, la metáfora?

Un comerciante roba un gramo en el peso a un cliente

¿Hablar, después, de cuarta dimensión?

Un banquero falsea su balance

¿Con qué cara llorar en el teatro?

Un paria duerme con el pie a la espalda

¿Hablar, después, a nadie de Picasso?

Alguien va en un entierro sollozando

¿Cómo luego ingresar a la Academia?

Alguien limpia un fusil en su cocina

¿Con qué valor hablar del más allá?

Alguien pasa contando con sus dedos

¿Cómo hablar del no-yó sin dar un grito?



5 Nov. 1937





Un uomo passa con un pane a spalla…




Un uomo passa con un pane a spalla.
Posso scrivere, dopo, sul mio sosia?

Un altro si siede, si gratta, estrae un pidocchio dell’ascella, lo ammazza.

Con che coraggio parlerò di psicanalisi?

Un altro mi è entrato nel petto con un palo in mano.

Parlerò poi di Socrate col medico?

Passa uno zoppo che dà il braccio a un bimbo.

Posso leggere, dopo, André Bretón?

Altri ha frddo, tossisce, sputa sangue.

È ancor lecito un cenno all’io profondo?

Altri nel fango cerca bucce, nòccioli.

Come scrivere poi sull’infinito?

Un muratore cade de un tetto, muore e non desina più.

Innoveremo il tropo e la metafora?

Un mercante ruba un grammo sul peso ad un cliente.

Parleremo di quarta dimensione?

Un banchiere falsifica il bilancio.

Che faccia tosta piangere a teatro!

Un paria dorme col piede sul groppone.

Parlerò poi a qualcuno di Picasso?

C’è chi singhiozza dietro un funerale.

Si può accettare un posto all’Accademia?

C’è chi in cucina spolvera un fucile.

Con che ardire parlar dell’aldilà?

Chi passando fa i conti sulle dita.

Parlerò del non-io senza gridare?


5 Nov. 1937



                                                        da « Poemas humanos (Nómina de huesos) » (1939) 





Sombrero, abrigo, guantes




Enfrente a la Comedia Francesa, está el Café
de la Regencia; en él hay una pieza
recóndita, con una butaca y una mesa.
Cuando entro, el polvo inmóvil se ha puesto ya de pie.
      
Entre mis labios hechos de jebe, la pavesa
de un cigarrillo humea, y en el humo se ve
dos humos intensivos, el tórax del Café,
y en el tórax, un óxido profundo de tristeza.
      
Importa que el otoño se injerte en los otoños,
importa que el otoño se integre de retoños,
la nube, de semestres; de pómulos, la arruga.
      
Importa oler a loco, postulando
¡qué cálida es la nieve, qué fugaz la tortuga,
el cómo qué sencillo, qué fulminante el cuándo! 





Cappello, paltò, guanti




Di fronte alla Commedia Francese, c’è il Caffè
della Reggenza; dove, nell’angolo più fondo
fra una poltrona e un tavolo sovebte mi nascondo.
Entro, e l’immota polvere si è già levata in piedi.
      
Dalle labbra di allume, lento la nube effondo
del tabacco compagno, nel cui viluppo vedo 
due fumi più gagliardi, il torace del Caffè,
e, nel torace, un ossido di squallore profondo.
      
Bisogna che l’autunno negli autunni s’innesti,
Bisogna che l’autunno di germogli si vesta
la nube di semestri, di zigomi la ruga.
      
Bisogna sembrar pazzi postulando
Com’è calda la neve, ratta la tartaruga,
com’è semplice il come e fulminante il quando! 



                                                        da « Poemas humanos (N
ómina de huesos) » (1939) 






XIV



España, aparta de mí este cáliz




Niños del mundo,
si cae España — digo, es un decir —
si cae
del cielo abajo su antebrazo que asen,
en cabestro, dos láminas terrestres;
niños, ¡qué edad la de las sienes cóncavas!
¡qué temprano en el sol lo que os decía!
¡qué pronto en vuestro pecho el ruido anciano!
¡qué viejo vuestro 2 en el cuaderno!

¡Niños del mundo, está

la madre España con su vientre a cuestas;
está nuestra madre con sus férulas,
está madre y maestra,
cruz y madera, porque os dio la altura,
vértigo y división y suma, niños;
está con ella, padres procesales!

Si cae — digo, es un decir — si cae

España, de la tierra para abajo,
niños ¡cómo vais a cesar de crecer!
¡cómo va a castigar el año al mes!
¡cómo van a quedarse en diez los dientes,
en palote el diptongo, la medalla en llanto!
¡Cómo va el corderillo a continuar
atado por la pata al gran tintero!
¡Cómo vais a bajar las gradas del alfabeto
hasta la letra en que nació la pena!

Niños,

hijos de los guerreros, entre tanto,
bajad la voz que España está ahora mismo repartiendo
la energía entre el reino animal,
las florecillas, los cometas y los hombres.
¡Bajad la voz, que está
en su rigor, que es grande, sin saber
qué hacer, y está en su mano
la calavera, aquella de la trenza;
la calavera, aquella de la vida!

¡Bajad la voz, os digo;

bajad la voz, el canto de las sílabas, el llanto
de la materia y el rumor menos de las pirámides, y aún
el de las sienes que andan con dos piedras!
¡Bajad el aliento, y si
el antebrazo baja,
si las férulas suenan, si es la noche,
si el cielo cabe en dos limbos terrestres,
si hay ruido en el sonido de las puertas,
si tardo,
si no veis a nadie, si os asustan
los lápices sin punta, si la madre
España cae — digo, es un decir —,
salid, niños, del mundo; id a buscarla!... 





XV



Spagna, allontana da me questo calice




Bimbi del mondo,
Se la Spagna cadrà — dico un assurdo —
se cadrà
giù dal cielo il suo avambraccio preso
al capestro da due terrestri mappe,
quanti anni, bimbi, nelle tempie concave!
come avrà presto effetto il mio presagio!:
il suono anziano vi entrerà nel petto,
sfiorirà sul quaderno il vostro due.

Bimbi del mondo, ecco
la madre Spagna col suo ventre a spalla,
la maestra di noi coi suoi flagelli;
è madre ed è maestra,
è croce e legno, che vi ha dato altezza
vertigine, frazione e somma, bimbi;
è con stessa, padri del processo.

Se cadrà — per assurdo — se cadrà
la Spagna rovinando dalla terra, 
bimbi, voi non potrete farvi adulti, 
l’anno punirà il mese, sempre dieci 
i denti resteranno ed i dittonghi 
sempre aste e la medaglia sempre pianto. 
Ancora andrà legato l’agnellino 
al grande calamaio per la zampa. 
Voi ridiscenderete l’alfabeto 
fino alla lettera in cui nasce l’ansia. 

Bimbi 
e figli dei guerrieri, nel frattempo 
non gridate: la Spagna sta ora ripartendo 
la sua energia fra il regno animale, 
i fiorellini, le comete e gli uomini. 
Non gridate: ella sta 
col suo enorme rigore, ella non sa 
che fare e nella mano 
le sta parlando il teschio e parla e parla, 
il teschio della treccia 
e della vita. 

Non gridate, vi dico; 
abbassate la voce, il canto delle sillabe, il pianto 
della materia e il ronzio minore delle piramidi e ancora 
quello delle tempie che vanno come due pietre. 

Abbassate il respiro e se 
L’avambraccio precipita, 
se schioccano i flagelli, se è di notte, 
se in due limbi terrestri ci sta un cielo, 
se cigola il rumore delle porte, 
se tardo, 
se non vedete alcuno e vi spaventano 
le matite spuntate, se la madre 
Spagna cadrà — dico una cosa assurda — 
bimbi del mondo, uscite, ricercatela! 



                                                        da « España, aparta de mí este cáliz » (1939) 







AVVERTENZA: 
I testi poetici in lingua originale e le loro traduzioni in italiano sono tratte dal libro : 
POESIE, di César Vallejotraduzione, studi introduttivi e bibliografia di Roberto Paoli, 
Lerici Editori, Milano, 1964.





















6 commenti:

  1. ... Il 16 marzo 2012 in Perù è stato celebrato il 120° anniversario della nascita del grande poeta peruviano César Vallejo... Ma neanche questo anniversario è stato risparmiato dalle polemiche... Il dibattito è sorto in seguito ad un articolo apparso su un giornale locale che fa riferimento alla famosa tristezza della poetica di Vallejo; l’accusa è che il poeta sia in parte responsabile dell’inconscio nazionale e che la sua poetica sia alla radice del supposto disfattismo dei peruviani... Si tratta di stupidaggini ovviamente. Stupidaggini che equivalgono a dire che per colpa di Sofocle i greci pensavano che ogni sforzo umano fosse inutile o che a causa di Kafka i tedeschi pensano che l’essere umano in realtà sia uno scarafaggio o che in seguito alle opere di Melville, Hawthorne, Poe e Faulkner, gli americani si considerano condannati alla disgrazia ed all’orrore e che Camus e Sartre hanno trasformato i francesi in un popolo di fatalisti e nichilisti... Deve essere chiaro che quando César Vallejo scrive: “Sono nato un giorno in cui Dio era malato,” non sta esprimendo la sua sconfitta ma il suo disaccordo con il mondo. Vuole testimoniare che esiste un’idea di giustizia prestabilita da un essere superiore (che si chiami Dio o in altro modo) nei confronti del quale lui è furioso. Nella sua poesia, la frase viene ripetuta più volte (per questo il titolo “Espergesia”), accrescendo l’indignazione del poeta e esortando il lettore a condividere questo sentimento... La linguista Nila Vigil ricorda la sua prima lettura di un’opera di Vallejo: ‘Lo lessi per la prima volta a scuola e mi affascinò (il racconto di Paco Yunque). Nella casa dei miei genitori c’erano due suoi libretti della casa editrice Losada e li divorai. Non so quanto potessi capirne ma li ho letti e riletti con passione perchè lasciavano un segno – non so quale – nella mia anima. Sono trascorsi 30 anni dalla prima volta che l’ho letto e ancora oggi mi emoziono quando lo rileggo. È uno dei migliori poeti che abbia mai scritto in castigliano’. Augusto Rubio ricorda: ‘Quando apriamo i suoi libri e li leggiamo, ci rendiamo conto che César Vallejo si riconcilia con l’anima e il cuore della sua nazione. Simbolicamente rappresenta l’anima meticcia dell’America Latina e del Perù che preferisce la dolorosa ghettizzazione all’umiliante servitù’.

    [ Il presente è un collage sintetico di brani tratti da quanto pubblicato sul sito internet: http://www.durito.it/2012/04/peru-il-ricordo-di-cesar-vallejo/
    Questo post è apparso originariamente nel blog personale di Juan Arellano.
    Scritto da Juan Arellano, tradotto da Giulia Jannelli.
    Fonte originaria: http://it.globalvoicesonline.org/2012/03/peru-il-ricordo-del-poeta-cesar-vallejo-riapre-il-dibattito-sullidentita-del-paese/ ]

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  2. Una lettura emozionante per come questo grande poeta che ho il piacere di leggere per la prima volta riesce a scarnire sentimenti, sensazioni e ricordi rendendoli vivi e presenti alla nostra sensibilità. La sua particolare esperienza umana si riflette chiaramente nell' intensità e nella forza espressiva dei suoi versi, specie nella poesia " Un uomo passa con un pane a spalla", dove con toni profondi e accorati esprime il grido della protesta sociale. Quello che più mi colpisce in questa sua poesia è la capacità del Vallejo di interiorizzare il dolore dell' umanità.

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  3. allora è vero, al di là della traduzione, i grandi usano un linguaggio chiaro diretto ed una sintassi semplice! Non riesco a capire come da questi fulgidi esempi ( e Vallejo e tra i più grandi) stia prendendo sempre più piede una poesia affabulata a sintassi contorta... Vallejo veramente riesce a penetrare nell'anima del mondo per spiegarci..il mondo. Bravo Nino, e grazie per quello che stai facendo per diffondere la buona e la grande poesia!

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  4. Ebbene sì, neanche sapevo che Vallejo esistesse. Nino va colmando pian piano alcuni degli abissi della mia sterminata ignoranza. Se avessi conosciuto il giudizio di T. Merton (ineffabile eroe della mia adolescenza; chissà se oggi è ancora leggibile) certo avrei letto Vallejo da tempo.
    Quando il demone dell'avanguardismo già infuriava, V. scriveva sonetti di endecasillabi in rima. Si dovrebbe riflettere su questo.
    Per quanto mi sembra di capire dalla storia della letteratura, le avanguardie (dallo stil novo ai futuristi) creano positive discontinuità e consapevolezze nuove, ma poi torna la classicità (che non sempre vuol dire classicismo) a riordinare e ricomporre. E i geni, in genere, stanno in questa fase.

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  5. Non conoscevo la poetica di Vallejo, il tuo blog mi sta arricchendo davvero molto e ti devo ringraziare, perché non si smette mai di apprendere. Ho aggiunto un tassello importante al mio percorso in Poesia. Un linguaggio intenso, che si estende all'umanità in modo autentico.

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    1. Non posso e non voglio evitare di ringraziarti io, Michela.
      Sei Poeta di assai rara sensibilità e maestria, ma tanto più grande nell'animo proprio per queste tue doti di umiltà e sincerità, che fanno di te una persona e un'amica ancora più preziosa ai miei occhi.

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