lunedì 27 agosto 2012

Alba Gnazi - «A Cup of Tea» - Cinque poesie





Notizia Autobiografica:

Alba Gnazi, nata nel ’74 in provincia di Roma; fin da ragazzina per me le parole sono una chiave e un ponte, un codice privilegiato e misterioso, un canto: leggo da quando ne ho memoria.  Cresciuta con la narrativa italiana e americana, con le prose omeriche e i classici per ragazzi, da adolescente incappo nella Poesia di Montale: esperienza totale e definitiva, che si fa esplosiva quando mi imbatto, un po’ più in là,  in T.S. Eliot.  Ho pubblicato un breve libro di narrativa nel 2010, ho partecipato, e qualche volta anche vinto, a concorsi di Poesia e di racconti di genere vario. Ho scritto delle recensioni per alcune riviste letterarie e musicali  e collaborato all’organizzazione di eventi culturali. 


Sulla Poesia di Alba Gnazi - Nota a «Tre poesie come un unicum» 

In alcuni luoghi del tuo scrivere in versi c’è una sorta di intensa e selvatica furia, che tuttavia si mantiene all’interno di un’apparente razionale controllata e civica forma. Una somiglianza curiosa, per me, coi versi di un cantautore come De Gregori, di un poeta come Pasternak ( ... Ma per quanto la Notte mi incateni / con un anello angoscioso, / Più forte al mondo è la spinta alla fuga / E alle rotture invita la passione... ). Sento inoltre una prossimità grande con la poetica di Éluard, in particolare là dove dice ... Noi si deve drenare l’ira / E far sì che il ferro insorga... Perché una rabbia c’è, ed è grande, ma trattenuta con la paziente forza di chi confida ancora nella potenza della parola. Questo verso fluido e fluente è capace di sfiorare o afferrare o smascherare i tanti volti del nulla, senza mai farsi portatore di quella pur razionalistica disperazione che una tale visione pretenderebbe. E dove i molteplici spettri del nulla si tramutano negli infiniti aspetti, negli innumerevoli nomi e/o luoghi della disperazione, proprio là emerge il coraggioso imperativo categorico di questa Poesia, che sembrerebbe dire con tutta se stessa un “No!” decisissimo, inaudito e, tuttavia, nel complesso e variegato tessuto dei versi sempre compenetrato e presente. Se guardo bene la struttura, più che la forma, degli elementi costituenti il tuo “trittico”, vedo all’interno come una sorta di grande costante, come un grande significante situazionale che si apre a più significati, a più letture: dalla più semplice alla più impervia. 
Anche il cammino di questi versi è particolare, direi eracliteo e circolare (per le cose medesime / è un affanno / penare al compimento / e aver inizio), il loro cominciamento ha l’aspetto tipico di una fin de partieE sì che lo sapevamo / Ma non di meno, non di meno / La pena s’assottigliò: e fummo scaraventati / Nella pozza / Dell’autocommiserazione, di una quieta rassegnazione. / Si tacque, gridando. / Il dorso sterile dello sgomento / Sullo zigomo s’abbatté, / uncinato: / e fu tutto. E in chiusura, nell’ultima strofe dell’ultimo testo, ecco a noi la tabula rasa presente in ogni inizio: Su questa mulattiera /sbavata di peli e tempo / Non leggo libri / Non conosco pregi / Non distinguo lumi / Non aspetto altro / Che gli alberi sussultino di verde / Prima che le bisce escano dai nidi. 
Un cammino poetico che conosce la natura delle cose, delle emozioni, dei sentimenti, il loro nascere, crescere, morire, trasformarsi e rinascere. Perché in ogni cosa, così come in questa Poesia, la scintilla della vita è sempre pronta a scoccare. Perché, per dirla ancora con uno dei frammenti eraclitei, c’è (ed è sempre in agguato), al timone di tutto / la folgore. 
Antonino Caponnetto








A Cup of Tea



Potresti parlarmi dell’incontro nascosto
Donna
Mentre il tè strizza la lingua e scioglie le caviglie
E le tue mani dissolvono l’aria che ci separa.
Potresti parlarmene con voce e occhi chini a studiarmi la bocca
socchiusa ad ascoltarti nel viso che adesso t’appartiene
e di te non si rammarica.
Potresti sbriciolare le parole e ridendo agguantare
L’ultimo biscotto danese,
sorvolare sulla sintassi e storpiare, convulsa e assorta,
quel che lui ti giurò, balbettando, le sue gambe strette all’ombra
del tuo corpo;
inondato del suo odore è l’aroma che bevi, che
t’è addosso come nebbia, e ti confonde.
Potresti ruzzare il cucchiaio tra le dita,
tra la tovaglia e i cubetti rotti di zucchero,
assordare il bianco scheletro della tazza vuota
con la lama dell’unghia, prima che il rosso delle labbra s’asciughi.
Taci, invece, e non mi guardi, e il tè s’annera insieme al ricordo,
coscienza volubile da cui non recedi,
e spolpi un’unghia fino al termine della pena,
- È stata l’ultima volta, -
Scandisci infine.
Spezzi in due il biscotto, una metà sul mio piatto,
l’altra a terra, sotto al tuo piede.
- L’ultima volta, -
Ripeti mentre calpesti
e schiacci
e distruggi,
e la crema e la polvere
Ti lordano il tacco
E io non so come siano potute salire, eppure
Ti saturano le pupille e
reinterpretano il tuo viso
Dietro al tepore lento del tè.


                                                                                                      25.Ago.12








Mimesis e Poiesis



‘Siamo pillole di assenzio e acufene della memoria’
Non ode il poeta, non ode,
il risolino sommesso del lettore
ch’alle parole intricate oppone uno sberleffo.
‘Siamo vento senza strali,
monocordi impostori,’
Ancor s’ostina, quel poeta, tra ottonari e rime imperfette,
a ricavarsi nicchie tra i calli del verseggio.
S’ostina: spruzza al mondo l’inquietudine ferale che l’aggioga,
sparpaglia lembi di fegato e illusione,
usufruisce di pazienze e misconoscenze,
agghinda il verbo per non mostrar le mani rozze.
Un dì capisce, e si schermisce – questa rima, ve lo giuro,
è un puro caso, un accidente, un evento involontario, un inconveniente –
e le liriche modella a misura di sconfitte, di rischi vissuti, di morsi sulle dita;
le intaglia e le piange via, le schiude e le aspetta,
le asciuga quando sbavano,  le assesta quando penzolano,
non se ne convince.
Giace oltre il sonno, il fumo roseo dell’ispirazione è una sfida.
Non attende, ora non più, chi apprezzi e di nascosto – lo sapeva!- rida:
egli È la sua poesia.
Striscia in controluce, di schiuma i passi,
tra gli sdruccioli che gli tagliano i piedi,
tra gli scogli del doppio ottonario, le chele lucide del quinario,
e un sonetto caudato, e un madrigale leggiadro,
ma anche questo – anche questo –
gioco feroce gli taglia le reni.
Sconvolgente lampa a notte, d’improvviso,
un’intuizione, lo staffile fresco che ristora le carni,
che ricompone la pelle muffita:
più non cerca, quando scorge che Poesia
è
Ascolto
E la Parola
Silenzio
E che
La Fine del Poeta è
Della Poesia l’Inizio.


                                                                                                      25, 26.Ago.12







In blu



Ho pensato che forse dormendo
Col pennello i miei angoli sfrangerò
E di blu, di un blu che non esiste,
questo cielo di canapa tingerò.

Son decine,decine gli uccelli:
comprimono e sfrondano l’etere blu
e ai piedi del quadro rovescian
piume nere, qualche fiore e poco più.

Come un pegno, un pedaggio, un avviso,
che al risveglio, piedi a terra, ignorerò;
scanserò i sogni sotto al cuscino
e una piuma solitaria getterò.


                                                                                                      6.Ago.12







Instant Night



Immobile aria
Frastuono di iridi
( eruzione sotto le ciglia );
Io sento colori
Che la notte non coglie
Frutti sciamanti di ruote alla deriva
dietro una curva
Papaveri in controluce tra
la sabbia e Luna a strati;
Termostati felini in guardingo torpore
Guaiti scalcinati nell’eco bruna
dei grilli in adunata.
Corpi loschi, privi, spossati,
arresi e in posa quando è giorno
Vite in transito spese, ora
dolci di miserabile e fiera sonnolenza.
Notte ignara dell’improvvida aria
ch’altrove spinge il grave
monotono vocìo di
brume stinte, pallidi livori,
che il verso fanno
all’opaco fragore del dì.


                                                                                                      14.Lug., 11, 26.Ago.12







Rosa




Possiedi
Frammenti di elettricità
E consapevolezza.
Cose piccole che
A prima vista
Sfuggono, come
Un ciglio pallido
A lato dell’occhio, come
Una calza-carne scucita sul polpaccio, come
I rombi di luce attratti
Dalle facce morte
Sul sedile del metrò.
C’è un cilindro di vetro e
Dentro, per tre quarti, il gambo finto
Di una rosa di carta:
perfetti il vermiglio e le pieghe, e i petali e la grazia oscena,
ma non l’olfatto, non il palato aggradan, ché
troppo rosso diventa
ombra triangolare sul muro
ombra sul muro al guinzaglio.
Scarichi il peso nel
Bitume della notte, che s’intrufola tra
La tua vita e le cosce, ad angolo retto tra
La ciniglia e la pelle, ruvida
Tenue muraglia
Simile al tuo sorriso.
Assaggi le agonie di altrui anime, bucate
Dal sibilo dentro, dall’alcool, da mani arcigne,
le senti strette attorno ai piedi, attorcigliate
alle caviglie, annodate come
arterie polpose alle radici del tuo cuore.
Ti avvicini; lentamente recuperi spazio e posto,
recuperi  linfa, e un freddo docile,  e aria
e tuo figlio, abbracciato allo stesso muro di ieri.
Ti stendi accanto a lui, e sei come
un gambo per tre quarti
dentro a un vaso di vetro.















6 commenti:

  1. L’ironia e l’autoironia, sorella maggiore della prima, aleggiano e si posano in lungo e in largo su questi versi di Alba Gnazi, sovrastandoli, ma anche abitandoli e permeandoli, come si abita e si permea di sé un solido, accogliente nido. Un nido i cui filamenti costitutivi sono il frutto di una naturale capacità selettiva e costruttiva. Un nido da cui spiccare il volo, esplorando dall’alto ogni cosa che ci riguarda (e non c’è nulla che non ci riguardi), così come ogni minima perturbazione, ogni accennato evento, ogni singolo impercettibile movimento. Per queste cinque poesie, ma soprattutto per ‘Mimesis e Poiesis’, si va da Carducci e il suo ‘grande artiere’ a Corazzini e il suo ‘piccolo fanciullo che piange’, a Pessoa e il suo ‘poeta-fingitore’. Ma non si può evitar di passare per Eliot (che tutti mette in fila), secondo il quale la poesia serve essenzialmente a nascondere.
    Dell’ironia, dell’autoironia, che qui si è esplicitamente mostrata, grazie al testo di ‘Mimesis e Poiesis’, come un prezioso talento nel far poesia di Alba Gnazi, troveremo certamente ancora la traccia, il profumo e il gusto, se avremo la fortuna di accedere ancora al suo laboratorio poetico, a quello che i francesi chiamano ‘l’atelier du poète’.
    Mi fermo qui, anche se moltissimo resta da dire, col più sincero e sentito: grazie, Alba.

    A. C.

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  2. Potente la poiesis di Alba, la rinascita dell'atto creativo nella distruzione: dalle "vite in transito" e dal quarto che non e' dentro a un vaso di vetro deflagra lo "schiaccia e distruggi" con apoteosi nel "la fine del poeta e' della poesia l'inizio". Versi drastici, selvaggi, pieni di vita, che nascono annichilendo l'inutile, gli orpelli esistenziali de "l'ultima volta". Versi che non scendono a compromessi nel significante. Ancora una proposta interessante di Antonino, ancora una poetessa a declinare la potenza della parola. Complimenti.

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  3. L'entusiasmo lessicale di Alba Gnazi non riguarda le cose,è tutte le cose,è la loro adesione appassionata all'esistenza complessiva con l'autrice ed il suo mondo.Per lei,le parole ed i biscotti si frantumano con la stessa facilità e volgono ad uno stesso piacere,ad uno stesso scopo di compensazione.Alba si presta ad una rappresentazione nuova del consueto,osservando tutto con gusto e una freschezza ironica che libera dallo stereotipo delle osservazioni poetiche.In questa autrice echeggia la ricerca del particolare,della suggestione del tutto.Non risparmia nulla,ma lo fa con una spontaneità di parola che le appartiene liberamente.Lei stessa racconta di avere con la parola stessa,un rapporto intimo dall'infanzia.Un legame che scioglie tutti gli altri,assorbendoli e reinvestendoli in quella che è la sua poesia piena di forza e originalità.
    Papaveri in controluce tra
    la sabbia e Luna a strati;In questo verso,mi appare l'immagine dell'opera di Alba Gnazi:un contesto consueto che deve fare i conti con gli strati di un contesto nuovo,non per origine sua,ma per istinto,intuito ,abilità di L'espressione e inusuale sensibilità di una donna che viaggia nella prospettiva del linguaggio,facendo di questo lo spazio necessario per accogliere tutti i contesti del senso,della ragione,del piacere.Una poesia attenta,capace,grintosa e dolce allo stesso tempo.Mai eccessiva,nonostante il desiderio di andare oltre le similitudini del tempo,delle azioni,delle cose,senza stabilire chissà quale particolare contatto con il tutto.
    Molto ancora si può intendere dallo stato d'animo delle descrizioni certosine dei particolari,le mani,le caviglie...
    un continuo proporre,andare,cercare.Ecco,dunque,uno dei ruoli della poesia:catturare l'attenzione di tutto ciò che è in essere per stabilire contatti profondi,mai uguali,mai troppo definiti.

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  4. Ho colto, fra tanta ricchezza di linguaggio e di immagini, poche frasi che più di altre sembrano darmi la dimensione intima, più nascosta di Alba Gnasi : "...assaggio le agonie di altrui anime...le senti strette, annodate alle radici del tuo cuore", e, in Instant Night, " " Sento colori che la notte non coglie...corpi spossati, arresi e in posa quando è giorno...vite in transito spese..." : sono parole di un' anima sensibilissima , capace di una profonda comprensione dell' animo umano , pronta a captare ogni palpito di vita e di poesia che il buio della notte copre. Perchè per lei la Poesia è ascolto, e la Parola Silenzio.

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  5. "Mimesis" l'essere e il diventare, Poiesis, il diventare poesia, mi sono lasciata travolgere dai versi di "Mimesis e Poiesis" sulla lezione di Aristotele, sull'essenza della mimesica. Comprendere questo è essere Poesia e avere l'illuminazione Poetica. Alba Gnazi ha raggiunto i vertici dell'espressione in versi.

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  6. Vi ringrazio, uno per uno e tutti quanti. Grazie.

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