domenica 29 luglio 2012

Paolo Santarone - GLI UCCELLI e GLI DEI DEGLI UCCELLI - Dodici poesie





Quel che dice di sé:

« Un po’ di romanzi nel cassetto… poesie e racconti… (tanti).Una scrittura che con slanci e pause dura da più di mezzo secolo…In un lontano passato ho pubblicato testi di divulgazione storica per ragazzi, e molte traduzioni (perfino una versione in prosa dell’Eneide)… Poi sono vissuto della mia scrittura come “writer” in una grande azienda.  Qualcuno là mi chiamò “penna d’oro”, da cui un mio verso “penna d’oro per oro venduta”. 

Nell’ultimo scorcio dello scorso secolo ho fondato, con altri, la rivista on line “Pseudolo” vissuta circa 6 anni. Alcuni abbastanza cospicui ruderi di “Pseudolo” sono ancora visitabili nel sito: www.giuseppecornacchia.com/pseudolo

Credo ci sia ben poco d’altro da dire: vivo a Daverio, vicino Varese, mi piace viaggiare e più che bipolare, mi definirei ciclotimico. » 

 

Paolo Santarone, che non conosco come scrittore, comincio però a conoscere come poeta. Un poeta i cui lineamenti sono, di fatto, secondo me, piuttosto “proteiformi”, ma un raro poeta - con una voce e uno stile assai variegati, certo - purtuttavia saldamente in possesso (e pienamente conscio) della sua propria cifra poetica. Un raro poeta ho detto. Sì, perché Santarone conosce a fondo e utilizza l’intera tradizione poetico-letteraria italiana ed europea, e tutto un patrimonio di tradizioni, usi e costumi legati (non solo) all’essere - nella propria anima e nella propria lingua originaria - un lombardo. Il suo lavoro (per quanto poco io possa conoscerlo) contiene, insieme a una sorta di vena epico-visionaria, un'ispirazione antopologico-naturalistica, guidate entrambe, sì dal sentimento, ma per nulla sentimentali… Il suo lavoro, dicevo, è governato anzitutto da un grande rigore metodico. Credo che ciò ne dica tutta la classicità. E c’è anche, nella poesia di Paolo, l’alta ironia tipica dei grandi. Per quanto detto, il nostro poeta – che non occupa alcun posto speciale nella poesia odierna, non sarebbe comunque incasellabile in un qualsivoglia movimento letterario più o meno importante. Egli mi sembra, invece, destinato a percorrere e ripercorrere in solitaria la distanza fra i suoi diversi “cuori”. Il senso di quest’ultima affermazione cercherò di precisarlo così: “il poeta latino Ennio sosteneva di avere tre cuori, tanti quante erano le lingue che parlava: l’osco, il greco e il latino. Ed aveva ragione: ogni lingua infatti, lungi dall’essere soltanto un efficientissimo sistema di comunicazione, è una filosofia, un modo di pensare, di concepire e, secondo alcuni, addirittura di creare il mondo. La lingua è il deposito più profondo di una civiltà; è quanto di più autenticamente proprio e durevole questa va lentamente depositando e conservando nell’intimo della sua storia”, come scrive Fabrizio Galvagni in Piö ’n là , Rime, versi liberi e traduzioni in dialetto bresciano, Editrice La Rosa, Brescia, 1994. D’altra parte un proverbio ungherese dice: Tante lingue conosci (parli) tante persone sei. Per parlare una lingua è necessario diventare un’altra persona: si può, infatti, conoscere veramente una lingua se si impara a pensare come la gente che la parla. Ogni lingua è lo specchio della vita, della cultura di un popolo, quindi della civiltà di un gruppo etnico, di una nazione intera. Nel caso del poeta Paolo Santarone, direi che sono stati e saranno i suoi diversi cuori a determinarne i caratteri essenziali, i cifrari, il multiforme stile, le frontiere da varcare, il destino poetico.
A. C. 

(...) Innanzitutto - pur essendo io per nascita milanese, figlio di un padre nato a Milano e sposato con una lombarda DOC - ho sangue: toscano, bolognese, abruzzese, napoletano. Da bambino mi chiamavano terrone, perché avevo l’accento toscano (purtroppo perso) di mia madre. Più che un lombardo credo dunque di essere un italico, e in terra padana sentirsi italico è quasi come essere un rivoluzionario. Credo che sia per questo che i miei cuori sono perfino più di tre, perché alcuni me li prendo anche senza averne diritto (per esempio sono geneticamente lontano dalla sicilianità, ma ne ho rubato ogni volta che ho potuto, e idem per il Magreb). Il mio turismo, le mie “Cerche” sono tentativi di scoprire altri cuori (...) 
P. S.

Di Paolo Santarone ci siamo già più volte occupati (si veda: PAOLO SANTARONE - PIERO E IL RITORNO DELLA NEBBIA , PAOLO SANTARONE - LAGO DI VARESE  ,  PAOLO SANTARONE - «ROSSO COME L’IBISCO» - TRE TESTI PER LA “CERCA”  ,  PAOLO SANTARONE - TRE VISIONI IN SANTA SOFIA ). 

 



 

I
GLI UCCELLI 



Nota


Ho scritto Gli uccelli a Trebisacce, nel luglio 1986, dedicandoli a mio figlio. L’estate seguente, ancora a Trebisacce ho scritto Gli dei degli uccelli.
L’idea (non del tutto originale, ma forse neppure del tutto peregrina) era quella di moltiplicare i piani di lettura aggiungendo, sotto forma di note, parti in prosa alle poesie vere e proprie [al solo scopo di evidenziare – in questa presentazione  la parte esplicitamente poetica del lavoro complessivo, si è però ritenuto opportuno omettere tutte le note esplicative presenti nella redazione originale delle due opere citate].
Ho poi rivisto più volte le poesie e le note. In particolare ho riscritto Gli uccelli nell’inverno ’87/’88 e Gli dei degli uccelli nel giugno del 1990.
La presente stesura, che contiene altre limature, correzioni e integrazioni, è del novembre  2002.
La dedico ancora a mio figlio, che forse un giorno avrà voglia di leggere questi lavori di suo padre.
Paolo  Santarone

 






Premessa 



Nonostante il mio querulo carattere
e un divagar d’umori color viola
come l’anima d’una talassopatica tedesca
un indizio mi lascia sospettare
che nel fondo del mio culo di bottiglia
un poco d’ottimismo abbia ricetto

È che
crescendo
io
d’anno in anno d’ora in ora
nuovi pezzi di mondo credo di scoprire
e nuove cose nuovi segreti imparo

Tra i più importanti
credo
e tra i più belli
c’è ora la scoperta degli uccelli che
come dicono gli etologi
hanno colonizzato i luoghi umani

Ragazzo e stupido
ogni uccello mi sembrava un passero
tutti di color grigio marrone
tutti senza colore e senza canto

A poco a poco
sapiente gesuita ho imparato i distinguo 





L’usignolo 



Non le favole arabe e cinesi
m’hanno detto la gioia del tuo canto
ma un amico noioso e logorroico che
una sera
sul piccolo pontile
dopo mille parole tacque di colpo:
- Ascolta l’usignolo.

Nel primo buio della notte
udii la gratuità del tuo gioco
il tuo divertimento

Avevo forse vent’anni
quando
la prima volta
mi fu dato capire l’usignolo 




Il merlo 



Nelle loro panzane i contadini
annoveravano con puntiglio
la perdita dei tuoi attributi

E in terza elementare la maestra
mi spiegò in modo errato
la leggenda dei giorni della merla

Ti ritrovavo
uscendo dall’ufficio
a rifarci l’anima con le tue stornellate

Ora vivo in un posto
dove i merli fanno da padroni:
come una stessa casa e una giocosa convivenza

Talvolta il nostro cane tende agguati
e s’improvvisa cacciatore
ma basta al merlo un ramo più alto
perché il suo canto riprenda
e la mia ansia dilegui. 




Il corvo 



Se io fossi quel pagano che
forse
vorrei essere
un posto avrei sempre per te
nel mio pantheon segreto

Un dio di casa 
nero nume della mia campagna 
Pollo incommestibile che 
alto 
manda il suo grido arrogante 

Sconcerta 
il tuo banale mistero 
il tuo apparire e disparire 
oroscopo del tempo 

Io sento
che in questa ambiguità
è la tua sapienza
Tu vali molte cose
ed il tuo canto è forte 




Il fischione 



Primitivo minuscolo totem
d’una candida biacca impennacchiato

Uccello finto
mano d’un artigiano inesperto
imperito
povero lui come la materia di cui
sei fatto

Come le cose che ci sono laggiù
da cui tu vieni

Non di piume
o di limpide ali
la tua sostanza
Soltanto un grumo di luce bianca
e un occhio di tacchino. 




La poiana 



Ignazio gridò
«La poiana»

Alzammo lo sguardo alla luce
e vedemmo
vedemmo l’ora fermarsi
strana
nell’ala tesa

Ci raccogliemmo stupiti
come facevano
in quel tempo stesso
i piccoli delle galline

Lassù
il ghermitore planava
in un arco disteso

Ed avemmo
un presagio di paura 




Il falco 



In gabbia è
degli uccelli
il peggiore:
l’occhio rotondo stupido
stupito
il collo svergognato
Intorno rossi pezzi
di carne maleolente
scarti di macellaio

È qui che
meglio
puoi scoprire la finzione
la sua
incapacità di vivere
inadatto vivente

Libero sembra un altro
e meglio
dell’uccello disperato
e ignobile

Lassù brilla
una gloria d’assassino 




Uccelli che muoiono 



Quasi celato da un’oscura colpa
e imbarazzante
è il male lento degli uccelli urbani

Hanno la morte nelle rade penne
disordinate
rannicchiati al bordo d’un marciapiede
o dove pisciano i cani

Ma penso ad altre morti
che credo più felici
d’uccelli che non vivono nei parchi pubblici
o sulle spade di bronzo dei monumenti

Non so come muoiano questi

Forse strapiombano da un ramo
toccano già rigidi il suolo
o forse s’addormentano nel nido
in un brivido lieve di stanchezza

Forse s’interrompe
il loro volo
in una lunga immobile planata
prima che s’avviti
la caduta 
in un precipitare 
e in un minuscolo schianto 

Li trovi poi l’indomani inerti 
cose oramai 
con le zampe stecchite tra l’erba 
o sul ciglio del sentiero 

Cose che i bimbi sotterrano 
con loro semplici riti 





II 
GLI DEI DEGLI UCCELLI 




Amore 



Dirò prima del maschio 
L’amore rude del gallo e della tortora 

Dio di specie stupide e beate 
con un destino semplice 
e una brevissima storia 

Così fratello al dio dell’ammazzare 
che uguale è il rito 
e combattere amare possedere è cosa una 

E uno 
è pure essere amati e posseduti 
oggetto d’un irragionevole contendere 

Tale è il dio maschio 
ed il suo nome è aspro come un grido di battaglia 
e sacro 
come un orrore 

L’altro è l’amore delle gru e del canarino 
dolcezza di seduzione e d’attesa 
Dio minore e segreto 
che ama gli ornamenti le arti le parole 

Danzano i suoi fedeli lunghe danze 
cantano canti estenuati 

Aspettano d’essere scelti 
per scendere 
insieme 
in una gola dischiusa di silenzi e di colori 

E ancora 
in un segreto parlottare 
ripetersi 
suono d’amore 
il nome del dio 

Nome soave come un perdimento 
e stupore vertigine abbandono 




Morte 



Minimo dio burlone 
è lui 
che muta in cosa 
imprevedibilmente 
ciò che prima era vivo 

I piccoli sbarbicati dal nido 
la compagna strapiombata 
oggetti freddi e rigidi 
come stecchetti piumati 

Altri potenti dei reggono il mondo 
Questo è così piccolo e segreto 
che pare un dio fanciullo col suo gioco 

La magia 
di questo non più essere 
dell’inatteso finire 

E già riprende 
il paziente metabolismo della terra 




I Maggiori 



Il vento dico 
che dal nulla divampa come un fuoco d’aria 

Abile chi contende nel cielo 
in un frullar frenetico di ali 
e poi di colpo piega 
e l’asseconda 
come in cresta a un’onda 
si fa sospingere e travolgere 
e vira poi a mezzo 
e plana secco ad aggrapparsi a un ramo 


Il vento dico 
La furia che s’avventa incompresa 
e scrolla i rami 
e abbatte le castagne e i nidi 


E come il vento il gelo 
contro il quale non basta 
a proteggersi 
quel dolcelieve gonfiar di piume né il calore animale 
dentro il nido 


E come il gelo il fuoco 
o l’agguato degli animali giganti 


Come quel tuono forte che si sente 
prima che dentro il corpo 
nei visceri 
sull’osso delle ali 
dilanino piccole schegge 


E tra i Maggiori 
anche colei che 
muta 
dà le leggi del procreare 
e come fare il nido 
e quali le rigide norme della cova 


E poi 
dischiuso l’uovo 
come fare che il piccolo si cibi 
e cresca 
e divenga 
esso 
un vero uccello 


Infine 
c’è un divino mistero 
che decide 
e comanda 
quando e dove migrare 


E li sospinge 
il dio 
come una forza segreta 
e detta l’assetto dello stormo 
i luoghi della sosta 
la meta e il tempo del ritorno 


Ubbidienti al destino 
inconsapevoli 
fedeli a un immotivato dovere 
gli uccelli sono l’onda e la risacca 
pendolo infinito dei millenni 
e sacerdoti d’un semplicissimo rito 




Dio 



Un dio inconosciuto 
gli uccelli presentono e venerano 
muti 


Il dio 
per cui le cose son fatte 
per cui accadono 


L’acqua del fiume che corre 
l’alba 
il lampo il tuono la siccità 


Il frusciare della notte 


Con ubbidienza 
vivono leggi sicure 
desideri 
attese 
compimenti 
il trascolorare del tempo 


Sospesi e mobili 
in un limbo di brezza 
traversano le vie della sapienza 
e i suoi impenetrati decreti 


Solo 
sanno che la pienezza è il tutto 


il mondo un tempio 
dalla volta cangiante 
gli alberi le colonne 
e il mare l’ara 


Sanno 
gli uccelli 
che pregare è esistere 


Così compiendo il volere segreto del dio 































10 commenti:

  1. Leggendo la stesura originale di queste poesie di Paolo Santarone, con le loro prosastiche note a piè di ogni pagina, ho dapprima pensato di non pubblicare nulla di questo lavoro. Alla fine ci siamo trovati d'accordo con Paolo, che si poteva fare un post senza nessuna nota d'Autore.
    Riflettendo però su queste poesie dico che esse non possono ormai più essere disgiunte dalle loro originali note in prosa. E tuttavia, secondo me, queste vanno affidate a un secondo libro, certo inalienabile dal primo, ma che divenga un vero e proprio "poème en prose"...
    Per quanto invece riguarda le poesie qui presentate dirò che, in qualche modo, confermano in Santarone un paesaggio dell'anima che è davvero assai vicino alle passioni (e alle indagini) di un naturalista, e che se davvero - prendendo a prestito Pasternak - "amare gli altri è una pesante croce..." amare i pesci e il loro habitat o gli uccelli, o la flora siberiana, non rimanda né a pesi né a croci. Devo anche aggiungere che il grande amore per queste piccole creature di un dio a me ignoto deve aver costituito la motivazione interiore che ha portato Paolo a immaginare una mitologia e addirittura degli Enti dotati di caratteristiche divine, i quali determinano, nel regno degli uccelli, il destino di ogni singolo individuo della specie, ma anche io penso, il destino di intere popolazioni di volatili. Questo che può apparire come un gioco è invece il luogo di una Poesia alta e profonda a un tempo ( e non può che ricordarmi - come ho detto altrove - a certa lirica giapponese anche contemporanea). Ma certamente mi rimanda a una prosa che spero di poter leggere ancora, sotto la bella forma di un libro.

    A. C.

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    1. Che dire, Magister? Beh, per prima cosa un grazie profondo e di cuore. E poi una domanda: ma davvero è così necessario, un libro? Oh, libri nel cassetto ne ho: un paio di romanzi, racconti, e una quantità imprecisata di poesie che, insieme alla polvere, cominciano ad accumulare datazioni troppo vetuste e fatalmente andrebbero riviste, selezionate, forse riscritte. Ma quel sogno di un libro (anzi, del Libro, come scrivevo un tempo) s'è via via affievolito fino a diventare noia.
      Ho amici che hanno pubblicato romanzi (più d'uno) presso editori della massima importanza, che vuol dire rete commerciale, capillarità, pubblicità e propaganda. Due nomi per tutti; Antonio Steffenoni e Alberto Beonio-Brocchieri. Qualcuno li ha mai sentiti nominare? Ne dubito.
      Allora non è più bello "fare comunità" in un gruppo affiatato, ritrovarsi in un milieu, giocare, come ho fatto non più tardi di oggi? Ormai il veicolo è questo, e anche tu ne sei nume e gestore. Il fatidico "libro" è questo fluire d'idee e di curiosità per gli altri, affini a me (non soltanto pesci e uccelli, dunque). Invece di angosciosi e frustranti esiti editoriali, attendo, con desiderio ma senza alcuna forzatura, i loro commenti qui, su questo tuo prezioso blog. E sto contento così.
      Sono codardo? No, non credo. Forse la verità è che sono vecchio e che so che tutto ciò che ho sprecato è sprecato per sempre.

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  2. Paolo Santarone sorprende per quella sottile forma di cinismo che altri non è che un grande spirito di osservazione. Tutto ciò non stupisce quanto un suo istintivo percorso emotivo che si estende a tutto un insieme di particolari che potrebbero sembrare scontati
    "l mondo un tempio
    dalla volta cangiante
    gli alberi le colonne
    e il mare l’ara "-e che invece rispettano e mediano le proporzioni di un pensiero semplice,quasi ingenuo,con un intuito magistrale.
    In tal modo,questa raccolta esclude ogni banalità e svela un lato insolito del poeta.Che,volendo essere pagano,accoglie ugualmente il dubbio di qualcosa di più grande che lo costringe ad un'amorevole osservazione per certi versi infantile,degli uccelli che popolano i cieli e senza farsi notare troppo da tutti,le nostre esistenze.A Santarone tutta la mia stima.

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    1. Insomma, sarei una specie di fou savant! ;-)

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  3. Belle poesie, in pieno stile Santarone, alla ricerca dei motivi dell'esistenza e del divino. Mi piace questa falsa casualita' nella conoscenza ornitologica, come per dare poca importanza al tema della poesia, che ha il culmine in: Cose che i bimbi sotterrano / con loro semplici riti, come a negare immanenza e panteismo, per risaltare invece l'altro tema, quello della spiritualita', inizialmente pagana, che si sviluppa fino ad arrivare alla lirica Dio, attribuendo quindi agli uccelli il medesimo cammino intrapreso dall'uomo per approdare al monoteismo. Mi avrebbe interessato molto leggere l'opera completa di parti in prosa. Antonino potrebbe forse fare una pubblicazione bis per chi desiderasse approfondire? Concordo infatti con la visione di Paolo dell'editoria classica, ormai inadeguata alla divulgazione di opere meritevoli. Vivissimi complimenti al poeta per i versi e all'editore per la scelta.

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  4. Maronna, Claudia, che commento intelligente!!! Scherzi a parte, mi hai dato una chiave interpretativa che non avevo in testa così' chiara, ma che, per quel che può valere la mia opinione di autore, mi piace e mi sembra convincente.
    Da bravo fou savant scrivo cose profonde senza saperlo ;-)
    Grazie davvero!

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  5. Paolo ha scelto piume ed ali per parlarci della sua visione della vita, ed otre la vita , in un volo che accarezza tante creature, tutti fili di luce di una preghiera che è l'esistere. Paolo parte da lontano, scovando nell'animo fanciullesco interrogativi che perseguiteranno poi l'uomo per tutta l'esistenza se" c'è un divino mistero che decide e comanda quando e dove emigrare". Tutti siamo in attesa di questa emigrazione, e non abbiamo la fortuna della certezza dei bambini che seppelliscono i passerotti morti con i loro riti.
    Giancarlo Serafino

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  6. "Ascolta, l' usignolo". Gli uccelli, i più comuni, quelli che hanno colonizzato le nostre città, descritti con lo stupore della scoperta , come di chi li vede con occhi nuovi, per la prima volta. "Mi fu dato di capire l' usignolo" Non solo vedere, ma di ciascun piccolo essere alato sentirne il battito del cuore, il mistero del loro vivere , secondo leggi di un dio minore, a loro soli note. Molto bella , nella seconda parte, la poesia "Amore" . L' amore rude del gallo e della tortora e l' altro amore, delicato e dolcissimo, delle gru e del canarino. Qui i versi raggiungono, secondo me, nella attenta e poeticissima descrizione dei riti di seduzione e d' attesa, canti e movenze, la loro forma migliore in cui bellezza d' immagini e partecipazione emotiva donano alla poesia un incanto particolare. Felice di averti conosciuto ,Paolo, lo sai che ti seguo da un po' con molta simpatia. E grazie ad Antonino per questa bella lettura offertaci .

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  7. C'è bellezza formale e c’è talento d’autore in questi testi poetici. La tematica, per me inusuale, è di grande impatto e mi sono compiaciuta nell’osservare come Paolo Santarone riesca a fare di una specie animale un uso metaforico e mimetico dell’intero sistema antropologico, cosa che implica inevitabilmente una andatura del dire poetico di natura esistenziale. Prevale ne' “ Gli uccelli” soprattutto il dettato di una fragilità che soggioga la specie, la mortifica e la consegna (qui ci sta il mio gioco di parole!) alla morte , fase ultima di un destino disegnato preliminarmente , anche nell’atto- gesto della riproduzione, letta dall’autore come un rito o adesione ad un “ordine” ( hanno libero arbitrio i poveri uccelli? …e fino a che punto gli uomini lo hanno?). « Gran segreto è la vita. » direbbe il Manzoni nell’Adelchi. Ma qui, al di là del riferimento manzoniano, siamo di fronte ad una poesia tutta moderna, che respira aria nuova nell’assetto fonico, nel ritmo del verso libero, che talvolta pare narrare e che pure non spezza la tradizionale vocazione della poesia a cercare di significare ,con alte punte di lirismo, il mesto rituale della vita e l' interrogarsi sull’esistenza, o meno, di un principio trascendente il reale, cosa quest’ultima che spiega indiscutibilmente la ragion d’essere de’” Gli dei degli Uccelli”, seconda parte di questa "plaquette” . Abbiamo oggi poeti, come Santarone, che meriterebbero di essere accolti nell’olimpo dei poeti a noi contemporanei e giuro che mi addolora pensare che questo privilegio non sia concesso, non solo a lui ma anche ad altri autori che ,per mia buona sorte, ho incontrato in web e nel mio quotidiano. Complimenti sinceri Paolo , a te, ma anche al sempre brillante prefatore,Caponnetto.

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  8. Paolo, mi spiace, non ho firmato il commento...colpa dell' ora tarda che mi predispone a certe distrazioni.

    Nunzia Binetti.

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