venerdì 6 luglio 2012

PAOLO ALDROVANDI - «INTOLLERABILITÀ DELL’ESSERE» - QUATTRO POESIE





Notizia autobiografica:
«Mi chiamo Paolo Aldrovandi. Sono nato a Mantova nell’agosto afosissimo e pieno di mosche del 1974. Da allora, credo, non ho mai più sopportato il caldo. Da buon essere invernale, ho scritto la mia prima poesia a tredici anni per un amore non corrisposto (ovviamente). Ma ricordo che già allora trovai il modo per essere assai poco carino nel far notare il mio disappunto. Infatti, quando la lei del momento si ritrovò la mia poesia tra le mani e la lesse, non mi abbracciò affatto. 
Il mio modo di scrivere è così: crudo, reale e poeticamente quotidiano… Nel mondo e nella vita, anche nella peggiore, esiste uno strato di poesia ben compatto, anche se il più delle volte impercettibile… Viaggiando molto, e spesso da solo, ho avuto la possibilità di farmi più idee e di prendere spunto da queste. Di osservare i vari mondi e le diverse abitudini, di parlare con persone che quasi certamente non incontrerò mai più… È stata essenzialmente questa la linfa vitale della mia poesia. Non ho nessuna pubblicazione rilevante: ho scritto per decine di riviste di poesia, sia cartacee che online, ma non ne ricordo nemmeno i nomi. Scrivere poesia è una liberazione obbligatoria, e io faccio così.
Per chi volesse rintracciarmi online il mio blog è: scritturedallabonsceria.blogspot.it ». 

Di Paolo Aldrovandi ci siamo già in precedenza occupoati ( si veda: PAOLO ALDROVANDI - QUATTRO POESIE ).



  





Preso a pugni 




Il coniglio bianco è fuori dalla finestra
è una stagione scioccante
il fiato del sole è liquore siciliano


e quasi quasi resto a scaldarmi
quanto basta per ricordare il mio nome
come se un pazzo mi cambiasse la targhetta ogni giorno


fuori dalla mia porta
fuori dalla mia parte


non suonate quel campanello
passate attraverso è un consiglio


il coniglio bianco è fuori dalla finestra
ed è la sottile differenza
una linea che non si deve oltrepassare


e io che aspetto non so cosa
e aspetto sempre senza rendermene conto


ma ho provato lo giuro!


e quasi quasi resto a scaldarmi
quanto basta per ricordare il mio nome
Salute!





Intollerabilità dell’essere 




E mi tocca restare l’ultimo degli ultimi
un colpo di tosse prima di sparire del tutto


il sorriso da coglione che esce naturale
e l’estrema cazzata sparata da 
chi sta al tuo fianco.


Potrei sotterrare tutte le asce di questo mondo
accettare che ogni cosa arrivi al momento giusto
ma finirei col tradire me stesso
e scoprire che la merda intorno è normale.


L’avanzare del tempo mi rende irascibile
e non mi stupirei se un giorno pieno di sole
mi trovassi ad inveire contro dei passanti
ubriaco fradicio.


Abbiamo perso insieme ai perdenti
siamo la squadra ufficiale
ma non sopporto più lo spreco
tutte parole inutili. 






Intervista dal finestrino del treno 




Giorni logorati dall’amore crudo
facce da ricordo che ti amavo
e un salto verso l’ultimo gradino
dal treno in corsa in stazioni sosta 
piene di sorrisi rosa confetto odioso
come in un bacio fotografia trash
che promettono frasi mai udite prima
in un misto di sussurri inutilmente tristi
prima del vedrai che andrà bene
quando il bene è bello che in bottiglia
e tu non hai più una mazza da farci
se non star seduto buono musica nei timpani
a guardare fuori che sembra tutto felice
diverso da te che hai solo cazzi tuoi
e i sogni hanno occhi aperti senza riposo
lungimiranti verso un futuro innocente
che tiene in mano palle e cuore
in un gioco a regole zero
dove l’astuzia ricorda l’armistizio
in un gioco di parole assurdo
di vuoti a perdere
di speranze cartomanzia
e di zingare ladre d’anime
che dispensano abbracci confusi
nella povera corteccia cerebrale
che diventa sempre più grigia
chilometro dopo chilometro 






Senza titolo 




Debole decisione
rigurgito flebile
un passo dopo l’altro
la porta si chiude
il casino sotto casa
ho il vomito da caldo afoso
ho il vomito da casino caldo
ho il vomito
e ridicoli passeggeri
insistono nel volermi bene
coi sacchetti in mano
tutti intenti a raccoglierlo
ma è tempo di voltarsi
dare le spalle alle imprecisioni
e risultare limpidi a se stessi
in una danza macabra fatta di relitti
messi in fila in anni di lavoro
il passo è rapido tipo espresso delle tre
e il suo carburante è veleno d’Africa 











7 commenti:

  1. Coi suoi graffianti e ironici versi, con il suo linguaggio disincantato, con il suo sguardo un po' attonito, ma capace di dedurre i fatti concreti che fanno la vita, partendo dalle proprie visioni, dalle nausee, dai disgusti tanto fisici quanto esistenziali, Paolo Aldrovandi ci mostra il mondo e tutta la sua insofferenza, indifferenza e insignificanza. Il nostro Autore continua a farmi venire in mente Bukovski, e molti altri di cui ho già parlato, ma sono io in quanto lettore ad andare per somiglianze confronti e paragoni. Credo invece che a Paolo Aldrovandi interessi poco il confronto con quei maestri che, di volta in volta, in un modo che a volte può apparire gratuito, gli attribuisco. Quello che al nostro Poeta interessa è poter seguitare a dire il disagio proprio e altrui, in un mondo dal quale l'uomo della folla (dall'emarginato al più brillante manager) è inevitabilmente "sputato fuori", e come nella primigenia e mitica cacciata dall'Eden, è condannato a non tornarvi più.
    Dell'esile filo di speranza, quasi del tutto nascosta nei versi di Paolo, beh, di quella spero di parlarvi, in un prossimo incontro col medesimo Autore.

    A. C.

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  2. poesia aspra e cruda dai toni ironici e schietti ... grazie Antonino

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  3. Anche a me era venuto in mente Bukowski, di cui non ho letto poesie ma racconti. C'è lo stesso senso d'inanità, lo stesso schifo. Sono poesie che colpiscono, anche se a me ricordano un po' un cibo sofisticato nel quale però il cuoco ha dimenticato di mettere un ingrediente. Non so spiegarmi meglio, non è propriamente la mancanza di un retrogusto... piuttosto direi un vino poco invecchiato, un po' troppo tannino. E' il tannino che dà quell'asprezza al gusto del lettore?

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  4. Un poeta "molto arrabbiato". Mi ha scioccato. Ma devo riconoscere che la poesia a volte può, anzi deve essere "arrabbiata" perchè abbia la forza di scuotere la generale indifferenza e l' ignavia imperanti. Perchè è difficile sopportare il mondo così com' è: lo spreco, l'pocrisia, le parole inutili, l' astuzia di chi vuole sopraffare. Ed è chiaro che dietro la crudezza delle parole , che sembrano offendere la poesia, si nasconde l' anima sensibilissima di un poeta.

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  5. Amo Bukowsky perchè graffia l'anima.
    La piega e la spreme.La ama pazzamente,
    la dona a ogni cosa e la beve con la sue bottiglie.
    Lo amo perchè essendo dissacrante,è molto più
    vicino a Dio,dei praticanti .La sua purezza è il vizio.
    Il suo peccato è l'autenticità...Questo scrivevo su Bukowky,tempo fa..Leggendo Aldrovardi,scoprro piacevolmente,una poesia molto simile che osa ,esplicita il linguaggio nello slang e punta dritta ad un'autenticità irriverente che colpisce molto e non vuole certo farlo per il linguaggio adottato,quanto per la forza istintiva che deriva da esso.

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  6. mi è piaciuta la prima, l'apparizione del coniglio bianco merita una sottolineatura; concordo con la mancanza di un ingrediente: anche il linguaggio quotidiano necessita di una cura, anche alle espressioni gergali forse va fatta la punta, senza per questo perdere in autenticità ma guadagnando in efficacia

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  7. A Paolo P. e a Paolo S. , l'essere scarno e brutale nel linguaggio fa parte del gioco, se mi dite e mi dimostrate che i giovani di oggi " curano " il linguaggio di strada aggiungo ingredienti a volontà.

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