sabato 28 luglio 2012

FRANCESCO PALMIERI - DA: «BIOGRAFIE» - DODICI POESIE INEDITE







Francesco Palmieri (Altamura [Bari], 1953), docente di materie letterarie, vive nell’hinterland milanese. Nessuna opera finora edita, se si escludono alcuni interventi in un’antologia (LietoColle) e in una rivista letteraria (Historica). Palmieri è presente su facebook e in alcuni siti di poesia.

« Non posso negare il carattere filosofico del mio “fare poesia” e nemmeno l’esercizio di un’amplificazione del senso letterale (o tautologico) del linguaggio, il che significa essenzialmente aver cercato di riprodurre l’eco emozionale che caratterizza alcune cognizioni strutturali dell’essere e dell’esserci. Il tempo non è un’unità di misura, soltanto. La Storia non è divenire, soltanto. E l’umano non è testa-tronco-braccia-gambe, soltanto. Ed è in quel valore aggiunto, in quella violazione della tautologia che si annida il luogo-non luogo emozionale da cui il fare poesia attinge. In fondo la poesia è una didascalia interiore, a margine della ragione e della coscienza, non per niente spesso si evoca la “musicalità” (del verso), e altrettanto spesso le si affida l’arduo compito di dare forma e voce a quei tratti imponderabili del sentire che, senza la poesia, rimarrebbero l’indicibile, l’inaccessibile, l’ombra scura del discorso esplicito. Insomma… ci si prova a non far estinguere lo sconcerto dell’anima, ci si prova ad affermare e riaffermare che forse il mondo non è solo ciò che accade ma anche ciò che, pur accadendo, non si vede... ».
Francesco Palmieri.

Di questo Poeta e Scrittore ci siamo precedentemente occupati (si veda: FRANCESCO PALMIERI - TRE POESIE ,  FRANCESCO PALMIERI E LA PAROLA AMORE (A-2) -TRE POESIE ,  FRANCESCO PALMIERI (A-3) - SETTE POESIE  e  FRANCESCO PALMIERI - DA: «È SOLO TERRA» - OTTO POESIE INEDITE ). 


AGGIORNAMENTO BIO-BIBLIOGRAFICO DEL 26 MARZO 2014: 

Nell’autunno del 2012, per i tipi de La Vita Felice,  il nostro Autore pubblica la raccolta poetica dal titolo “STUDI LIRICI (Solo parole d’amore)” [ la cui scheda descrittiva – che di seguito riportiamo – è visibile sul sito della casa editrice all’indirizzo: http://www.lavitafelice.it/scheda-libro/francesco-palmieri/studi-lirici-9788877994608-35202.html ]. 


 Non è facile parlare d’amore. E soprattutto è difficilissimo scrivere poesie d’amore. Non è facile dopo Prévert, Neruda, Salinas, Hikmet ed altri ancora. 
Ma l’amore non appartiene all’esclusivo sentire – per quanto raffinato – dei grandi poeti, l’amore non è circoscrivibile all’interno del linguaggio di poesie che pur hanno saputo toccare i vertici del sublime o la dimensione abissale e seduttiva della tragedia erotica; l’amore è un sentimento originario, primario, archetipico, che attraversa tutta la Storia umana, tanto è radicato a fondo in ogni uomo e donna; ed è per questa ontologia dell’amore che se ne è scritto, se ne scrive e, presumibilmente, se ne scriverà.
Gli «Studi lirici» si inseriscono idealmente in questa immaginaria filogenesi, forse con l’intento di testimoniare al presente, nell’ora e qui, come ancora oggi agisca, incida e funzioni la fisica e la metafisica dell’amore, quell’Eros così universalmente provato, vissuto e patito, seppure attraverso il filtro – e non potrebbe essere altrimenti – di un Io che vi si pone di fronte, armato unicamente di ascolto di sé e di parola. Non a caso il sottotitolo della silloge è «solo parole d’amore». 
[...] sono un percorso intimo-erotico che non solo pare indicizzare il divenire dilemmatico dell’amore, il suo doppio volto sublime/terrorizzante, ma hanno contestualmente una implicita funzione di catarsi, di necessario abbandono e poi liberazione nella e dalla conflittualità eros/pathos, una sorta di tentativo estremo di dire, raccontare l’esaltazione e la caduta quando Amore diventa il linguaggio fra un Io e un Tu. 











Dalla raccolta inedita: BIOGRAFIE (Poesie 2011 - ....)




BIOGRAFIE 1.


c’è un dolore che non sei tu
e nemmeno l’acqua che scroscia sulle ringhiere
neanche il cielo smorto che tornerà sereno
neppure il nero degli ombrelli aperti
il bavero rialzato delle giacche
quest’aria che non è vento
ma furia nelle strade di gambe e di motori
(le nostre vite che vivono in secondi
il prezzo da pagare se non si vuol morire)

c’è un dolore che sta dentro allo specchio,
una mattina a caso, un giorno in mezzo ai tanti,
lo vedi sulla faccia, negli occhi più pesanti,
nel lungo di un pensiero che non si aspetta nulla.




BIOGRAFIE 3.


e alla fine
può già bastare il poco
(ma quanto viaggio è stato,
quanto camminare e spingere,
quanti fuochi accesi
le fiamme a incenerirsi,
quante preghiere e rose
il chiedere credendoci
che qualcuno avrebbe dato
e poi pure il bussare
che qualcuno avrebbe aperto,
quanti imbocchi in strade
col fondo senz’uscita
per capirla infine
che qui non c’è l’uscita)

ora ci prova l’angelo
a visitarmi ancora
ma è solo un passaggio d’aria
lo sbuffo di corrente
da una finestra all’altra

resta il pane e l’acqua
ed il respiro lento
di chi non ha più un posto
dove vorrebbe andare.




BIOGRAFIE 8. 
(a un’amica per un lutto che il tempo non ha ancora medicato)


Tu non la sai
la crudeltà dei morti

quel loro andarsene zitti
e noi senza più parole
senza più appuntamenti da dare
nessun giorno dopo

noi
che possiamo ancora chiamarli
che ne sappiamo i nomi ad uno ad uno
che guardiamo fotografie

e niente
nessuno risponde
non una parola
una voce
un rumore

noi, i vivi,
a sopportare la morte.




MADRIGALE IN NERO 7.


Forse non è stato mai vero
che tu fossi un angelo a piedi
(ma io ti vedevo le ali
nei capelli lucenti,
in quel giro di maglia
sulla polpa dei seni,
sulle cosce dorate
da una carezza di sole)

forse anche tu
non sai niente del cielo,
sei venuta dall’acqua
come i pesci e gli uccelli,
hai strisciato sul ventre
come io da una vita

eppure

io ci ho creduto
che tu creatura di stelle,
che sotto al vestito
i messaggi di un dio,
che a toccarti col dito
cominciasse la vita.

E sembra ieri
che io angeli ho visto
e la terra non era
il dolore di adesso.




BIOGRAFIE 16.


Troppo tempo
a rovistare nell’aria
a saggiare sul dorso
un’ascensione leggera

(e si diceva
più in alto,
sali ramo su ramo
arriverai fino agli angeli
arriverai fino a dio)

poi ricordo un bambino
perduto in cima a una scala

a cercare un ritorno
un discendere lieve
una mano sicura

che mai sarebbe venuta.




BIOGRAFIE 17.


A volte ci penso
alle cento e più vite
che forse avrei avuto,
alle cento persone
che forse sarei stato,
ai mille paesi
che avrei abitato
(ma quante volte è in secondi
che si decide la mano,
e che si vinca o si perda,
tu ci hai lasciato la vita)

e allora penso a chi sono
e a chi mai sono stato,
a quell’uomo mai nato
che ogni giorno è un buon giorno,
che si affaccia al balcone
ed ogni strada gli è casa,
che sta in una vita
che non vuole altra vita.

A volte ci penso
e mi sembra felice.




BIOGRAFIE 21.


come ci si accorge
quando l’anima è perduta
(quando il sangue non ha scosse
e l’occhio che pur vede
non fa scuotere la carne).

rimane il camminare,
resta il dare fuoco al gas
per qualcosa da mangiare
e poi detergere vetri e porte
rinfrescare il pavimento.

hai giocato la scommessa
che dio c’era anche nei sassi
o che comunque e in ogni caso
noi si fosse un po’ speciali

(ma mai è bastata una candela
a fermare il temporale
-fu mia nonna che l’accese
e la posò sul davanzale,
chiamò gli angeli e i beati
tutti i santi in paradiso-
e poi fu grandine dal cielo
che spezzò tutte le spighe).

si diceva che c’è un fine
al passaggio di noi qui a terra,
che noi siamo sottopelle
perticelle d’universo,
che in fondo al ciclo naturale
cesserà ogni dolore
e senza carne e senza tempo
non avremo più paura.

forse l’anima era quella,
pensare buone tutte le cose
credere in corpo mille vite
e tu per sempre bella
vaniglia e fiori fra i capelli.

forse l’anima era quella,
quel guardare dietro ai vetri
come scendeva giù la neve
e sentir tremare dentro
quanto bianco, quanto silenzio,
e nessun freddo, neanche un brivido,
nemmeno quando senza i guanti
prendemmo il ghiaccio fra le mani.




BIOGRAFIE 23.


Tu hai bisogno di sapere
che arrivano miracoli dal cielo,
che c’è un occhio buono che ti guarda
e sempre ed ogni volta ti salva dal cadere

non più io

che so sulla mia testa un vuoto d’aria
che se mi fermo appena in questo nuoto
lo so che vado al fondo e poi annego.

Tu dici non c’è senso senza dio
che pure sangue piangono le madonne,
che qualche volta il cieco torna sano
e in fondo solo l’eterno salva dal morire,

io dico che avrei voluto un dio migliore,
di quelli che odiano le croci
di quelli che sanno com’è triste
un uomo che non sa essere felice

e sì lo so, che tu andrai a vivere
ed io da adesso vado già a morire.




BIOGRAFIE 29.


ho una notizia da darti.
non gioco più con le stelle

(pensarmi in un cosmo
con un paradiso nascosto
che io e te avremmo visto
era in un’altra vita,

senza speranza ora so
che sono fuoco e fiamme
quei punti di luce,
solo aria che brucia
solo pietra che fonde
null’altro).

è stata dura
(e lo è ancora)
non riuscire a salvare
nemmeno una piuma
un residuo d’infanzia
un ultimo filo
da quaggiù ad un cielo

ma la pena cos’è
se non scontare una vita
la colpa di essere stati
un giorno bambini.




BIOGRAFIE 30.


non spaventarti se faccio prove di morte

(quando penso a chi a breve,
forse anni a manciate,
lascerà in una casa
il posto vuoto in salotto,
o quando penso che anch’io,
se ti andrà di chiamarmi,
sarò numero e voce
che più non parla al telefono).

c’è voluto del tempo
per arrendermi al tempo,
per mollare la stretta alla fotografia
quando il tempo è abbastanza
e distante il morire

ma è un’acqua la morte
che trasuda dai muri
poi s’allarga la crepa

e si aspetta la piena.




BIOGRAFIE 50.


non bussare
o se vuoi
bussa pure,
tanto, che ci sia qualcuno
o non ci sia
la casa non è abitata

(eppure puoi sentirli i passi zitti
vedere la luce che è restata accesa
forse ascoltare l’eco
di quando in ogni stanza
era il vasto di una voliera).




BIOGRAFIE 52.


ho cercato di rendere magnifico
lo spazio in verticale sulla testa
(per arrivare al cielo
per rendermi fratello delle stelle
essere degno
di avere avuto dio come padre).

ho cercato di rendere splendente anche la terra,
di folgorarmi gli occhi con le rose
di respirare unisono col mare
(perché il paradiso era terrestre
ed è bugiardo dire che era celeste).

ho cercato d’indovinare l’angelo
nel passo sollevato di bocca glutei e seno
nel nudo delle cosce, nel giro della schiena
(perché persino dio ha visto fra le donne
la donna benedetta, la madonna piena di grazia).

e adesso è arrivare fino a sera
sprangare ogni finestra e porta
sperare di aver lasciato sulla scale
i dèmoni
che m’hanno inseguito tutto il giorno. 














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5 commenti:

  1. Più volte ho parlato della Poesia di Francesco Palmieri, e alluso a sensi e significati che in essa vanno destrutturati e riconquistati a nuova essenza, come a attenderne una imprecisata soluzione esterna, una risposta "altra" cui però tutto improvvisamente finisce per aderire, identificarsi, corrispondere. Ho accennato a una Poesia che tace la Speranza come un sacro divieto, come un rito che rende più forte e possente l'Ente il cui nome mai va pronunciato…

    … Ma qui e ora sono sulla lunghezza d’onda di qualcosa di pavesiano, qualcosa come “Verrà la morte e avrà i tuoi occhi”… Mi ritrovo in un luogo poetico in cui i ritmi sono pervasi di pena per un impossibile nostos, intrisi di una struggente e dolce nostalgia, e tutto questo è simultaneo alla ormai ridondante negazione della speranza, che tuttavia non è mai, in Francesco Palmieri, una affermazione della disperazione.

    Allora mi torna in mente “Il mito di Sisifo” e il brano conclusivo del libro di Camus, che mi pare debba rappresentare uno dei possibili cammini poetici e umani che a una Poesia come quella con cui abbiamo a che fare sia consentito, insieme al suo Poeta, percorrere:

    « … In questo sottile momento, in cui l’uomo ritorna verso la propria vita, nuovo Sisifo che torna al suo macigno, nella graduale e lenta discesa, contempla la serie di azioni senza legame, che sono divenute il suo destino, da lui stesso creato, riunito sotto lo sguardo della memoria e presto suggellato dalla morte. Così, persuaso dell’origine esclusivamente umana di tutto ciò che è umano, cieco che desidera vedere e che sa che la notte non ha fine, egli è sempre in cammino. Il macigno rotola ancora.

    Lascio Sisifo ai piedi della montagna! Si ritrova sempre il proprio fardello. Ma Sisifo insegna la fedeltà superiore, che nega gli dèi e solleva i macigni. Anch’egli giudica che tutto sia bene. Questo universo, ormai senza padrone, non gli appare sterile né futile. Ogni granello di quella pietra, ogni bagliore minerale di quella montagna, ammantata di notte, formano, da soli, un mondo. Anche la lotta verso la cima basta a riempire il cuore di un uomo. Bisogna immaginare Sisifo felice. ».

    A. C.

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  2. Incontrare un poeta nella sua solitudine è prassi,ma in questa poesia s'incontra qualcosa di ancora più interessante.Una sorta di "Narciso" che dentro lo specchio scopre la sua solitudine in carne e ossa e la guarda con la stessa intensità di un innamoramento,se per tale si può intendere la piena curiosità intima di qualcuno."c’è un dolore che sta dentro allo specchio"-dice il poeta,interpretando l'esistenza in ogni sua caratteristica e non tralasciare nulla che riguardi anche se stesso.Di fondo,in queste liriche,c'è una rassegnazione composta e pacata"
    non bussare
    o se vuoi
    bussa pure,
    tanto, che ci sia qualcuno
    o non ci sia
    la casa non è abitata"
    che asseconda il bisogno di risposte diverse che, se arriveranno ,saranno solo il frutto di un divenire logico,inconfutabile.
    La cosa sorprendente è l'assenza dell'esasperazione,della disperazione,ma forse ciò non può che essere la conseguenza tacita di una tanto discreta rassegnazione.Di una piena consapevolezza del vero.

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  3. "non spaventarti se faccio prove di morte"...una malinconia e ricerca della perfezione che (vuole rendere magnifico
    lo spazio in verticale sulla testa per arrivare al cielo)la paura di non raggiungere il paradiso terrestre che spinge Francesco a spaziare, raccogliere e poi accartocciare la sua solitudine e renderla un urlo silenzioso, ma che colpisce al cuore...un urlo che cerca i suoi diritti... (perché persino dio ha visto fra le donne
    la donna benedetta, la madonna piena di grazia.

    Anila Hanxhari

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  4. c’è voluto del tempo
    per arrendermi al tempo,
    per mollare la stretta alla fotografia
    quando il tempo è abbastanza
    e distante il morire

    tutte queste poesie trasudano un realismo figlio della disillusione, della consapevolezza che quello che stiamo vivendo è l'unico mondo che ci è dato conoscere, e niente oltre i nostri occhi è vero.La ricerca che ha caratterizzato il cammino fino al bivio è stata vana, perchè nulla c'era da cercare oltre noi stessi e scopo primario diviene tenere lontano i nostri demoni personali.


    è stata dura
    (e lo è ancora)
    non riuscire a salvare
    nemmeno una piuma
    un residuo d’infanzia
    un ultimo filo
    da quaggiù ad un cielo

    Un realismo duro a tratti, ma non rassegnato o pietoso, piuttosto consapevole nello smarrire l' oltre e non avere tra le amni che il proprio pane su cui contare.

    La musicalità dei versi ti accompagna in una lettura che non fa domande e non da risposte, solo analizza il d'intorno cercando un angolo in cui rifugiarsi. Bello, e mi alzo da tavola ( come un'amica mi ha detto dovrebbe essere il sentire della vera poesia) con l'appetito.

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  5. Un fluire continuo, ininterrotto, armonico di emozioni, impronte di rimpianti, pensieri in scorrimento rapido. Parrebbe quasi un soliloquio, non fosse che l'interlocutore è appellato di continuo in un dialogo fitto, e l'interlocutore è chiunque visiti questi versi, chiunque in essi si riconosca e si ricomponga; e interlocutore son anche l'aria e le cose intorno: poesia che è e abbraccia tutto, articolata come i respiri, non disintegrata dalle maiuscole,scogli rumorosi su cui l'occhio inciampa.

    Grazie ad Antonino, come sempre e grazie a Francesco.

    Alba Gnazi

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