giovedì 12 luglio 2012

FERNANDO PESSOA - «MI È PASSATO ACCANTO…» - TRE POESIE DI ÁLVARO DE CAMPOS






Nota Autobiografica (Fonte: wikipedia)

Questa nota biografica fu scritta da Fernando Pessoa, il 30 marzo 1935, e venne parzialmente pubblicata come introduzione ad À memória do Presidente-Rei Sidónio Pais, edito dalla casa Editorial Império nel 1940. Essendo un testo autografo, si noterà che è una "biografia" molto soggettiva e piuttosto incompleta, ma rappresenta i desideri e le interpretazioni dell'Autore in quel preciso momento della sua vita.

Nome completo: Fernando António Nogueira Pessoa.
Età e provenienza: Nato a Lisbona, quartiere dei Mártires, al n. 4 del Largo de S. Carlos (oggi del Directório) il 13 giugno 1888.
Filiazione: Figlio legittimo di Joaquim de Seabra Pessoa e di D. Maria Madalena Pinheiro Nogueira. Nipote paterno del generale Joaquim António de Araújo Pessoa, combattente delle campagne liberali, e di D. Dionísia Seabra; nipote materno del consigliere Luís António Nogueira, giureconsulto e che fu Direttore Generale del Ministero del Regno, e di D. Madalena Xavier Pinheiro. Ascendenza generale: misto di portoghesi ed ebrei.
Stato civile: Scapolo.
Professione: La designazione più corretta sarebbe «traduttore», la più esatta «corrispondente straniero in imprese commerciali». Essere poeta e scrittore non costituisce professione, ma vocazione.
Abitazione: Rua Coelho da Rocha, 16, 1º. Dto. Lisboa. (Indirizzo postale - Casella Postale 147, Lisbona).
Funzioni sociali svolte: Se per questo si intendono cariche pubbliche o funzioni varie, nessuna.
Opere pubblicate: L'opera è essenzialmente dispersa, in varie riviste e pubblicazioni occasionali. Quello che considera come valido in libri o foglietti è il seguente : «35 Sonnets» (in inglese), 1918; «English Poems I-II» e «English Poems III» (sempre in inglese), 1922, e il libro «Mensagem», 1934, premiato dal Segretariato della Propaganda Nazionale nella categoria «Poema». Il foglio «L'Interregno», pubblicato nel 1928, e costituito da una difesa della Dittatura Militare in Portogallo deve essere considerato come non esistente. Tutto ciò deve essere rivisto, e forse molto ripudiato.
Educazione: Poiché sua madre, dopo la morte di suo padre nel 1893, si risposò nel 1895 in seconde nozze con il Comandante João Miguel Rosa, Console di Portogallo a Durban, Natal, venne lì educato. Vinse il premio Regina Vittoria di stile inglese nell'Università del Capo di Buona Speranza nel 1903, all'esame di ammissione, all'età di 15 anni
Ideologia Politica: Considera che il sistema monarchico sarebbe il più adatto per una nazione organicamente imperiale come è il Portogallo. Considera, allo stesso tempo, una monarchia completamente irrealizzabile in Portogallo. Per questo, se ci fosse un plebiscito fra regimi, voterebbe, sebbene con dolore, per la repubblica. Conservatore di stile inglese, cioè con libertà nel conservatorismo, e assolutamente antireazionario.
Posizione religiosa: Cristiano gnostico e pertanto interamente opposto a tutte le Chiese organizzate, e soprattutto alla Chiesa di Roma. Fedele, per motivi che saranno impliciti più avanti, alla "Tradizione Segreta" del Cristianesimo, che ha relazioni intime con "Tradizione Segreta" di Israele (la Santa Kabbalah) e con l'essenza occulta della Massoneria.
Posizione iniziatica: Iniziato, per comunicazione diretta del Maestro al Discepolo, nei tre gradi minori dello (apparentemente estinto) Ordine Templare del Portogallo.
Posizione patriottica: Appartenente a un nazionalismo mistico, da cui sia abolita tutta l'infiltrazione cattolico-romana, se fosse possibile un nuovo sebastianismo, che la sostituisca spiritualmente, sempre che nel Cattolicesimo portoghese vi sia mai stata spiritualità. Nazionalista guidato da questo motto «Tutto per l'Umanità, niente contro la Nazione».
Posizione sociale: Anticomunista e anti-socialista. Altro si deduce da quanto è detto sopra.
Riassunto di queste ultime considerazioni: avere sempre nella memoria il martire Jacques de Molay, gran Maestro dell'Ordine dei Templari, e combattere sempre e dappertutto i suoi tre assassini: l'Ignoranza, il Fanatismo e la Tirannia.
Lisbona, 30 marzo 1935 (nell'originale 1933, per apparente lapsus)


« Fra tutti i poeti che Pessoa ha disegnato – come persone e come autori – Álvaro de Campos spicca e si impone, forse anche perché la sua figura sfuggì totalmente al suo creatore, guadagnandosi così un’esistenza superiore a quella degli altri eteronimi. Nato come blague, diventò un compagno ossessivo, allucinatorio. Elegante, i capelli lisci e neri spartiti da una riga, tediato, ozioso, meditativo, Álvaro de Campos parte da un’estrema esperienza decadente per diventare poi a un tratto un esacerbato, geniale sperimentatore, maestro di ogni avanguardia. Ma la sua poesia, che segue passo passo le vicende biografiche, conosce, dopo le fiammate avanguardiste, un curioso percorso: un’autoriflessività che lo lega alle esperienze contemporanee, un rovello fenomenologico che precede di molti anni la filosofia europea degli anni ’40-’50, una depressività che lo accomuna a un Beckett, un nichilismo doloroso e cinico che sembra fare tabula rasa di ogni esperienza precedente. Campos, a questo punto, non è solo un poeta, ma un percorso poetico, ciò che la letteratura europea ha conosciuto fino agli anni ’30 e una previsione di ciò che avrebbe conosciuto fino ai nostri giorni. Per capire la vastità e la risonanza della vicenda di Álvaro de Campos occorre vederla dunque nel suo insieme, nel suo sviluppo, come un’opera a sé. È questo che felicemente ci offrono per la prima volta Antonio Tabucchi e Maria José de Lancastre: il volume raduna infatti testi di tutti i periodi di Álvaro de Campos, accompagnandolo fino alla morte, che coincide, nel 1935, con quella di Fernando Pessoa ». 

(dal risvolto di copertina del libro: Fernando Pessoa, Poesie di Álvaro de Campos, a cura di Maria José de Lancastre, traduzione di Antonio Tabucchi, Biblioteca Adelphi, 1993, 5ª ediz.) 


Di Fernando Pessoa ci siamo precedentemente occupati (si veda: FERNANDO PESSOA - ODE ALLA NOTTE, BRANO I ).
























Mi è passato accanto, mi si è rivolto, in una via della Baixa
quell’uomo malvestito, mendicante di professione - gli si legge in faccia,
che simpatizza con me, e io simpatizzo con lui;
e reciprocamente, con un gesto ampio, traboccante, gli ho dato tutto quello che avevo
(eccetto, naturalmente, quello che avevo nella tasca dove uso tenere più denaro:
non sono scemo né un romanziere russo applicato,
e romanticismo, sì, ma non esageriamo…). 

Ho simpatia per tutta questa gente,
specie quando non merita simpatia.
Sì, anche io sono mendico e vagabondo,
e lo sono anche per mia colpa.
Essere mendico e vagabondo non vuol dire essere mendico e vagabondo:
vuol dire stare a lato della scala sociale,
non essere adattabile alle norme della vita,
alle norme reali o sentimentali della vita –
non essere Giudice del Supremo, impiegato di concetto, prostituta,
povero in canna, operaio sfruttato,
non essere malato di una malattia incurabile,
non essere assetato di giustizia, o capitano di cavalleria,
non essere nemmeno quelle figure sociali dei novellieri
stanchi della letteratura perché hanno veri motivi di piangere,
e si rivoltano contro la società, perché convinti d’essere in rivolta. 

No: tutto, ma non avere ragione!
Tutto meno che interessarmi dell’umanità!
Tutto, meno che cedere all’umanitarismo!
A che serve una sensazione se per essa c’è un motivo esterno?
Sì, essere mendico e vagabondo come me,
non è essere mendico e vagabondo, cose comuni:
essere isolato nell’anima, questo è essere vagabondo,
e dover chiedere ai giorni di passare, e di lasciarci, questo è essere accattone. 

Tutto il resto è stupido come un Gorkij o un Dostoevskij.
Tutto il resto è avere fame, essere senza vestiti.
E anche se questo succede, succede a così tanta gente
che non vale pena aver pena della gente a cui succede.
Sono mendico e vagabondo sul serio, vale a dire in senso traslato,
e mi sto rotolando in una grande carità per me stesso. 

Povero Álvaro de Campos!
Così isolato nella vita! Così depresso nel sentire!
Poveretto, sprofondato nella poltrona della sua melanconia! Poveretto, lui, che con gli occhi pieni di dddddlacrime (autentiche)
oggi, in un gesto generoso, liberale e moscovita, ha dato
tutto quello che aveva, nella tasca in cui aveva poco,
al povero che povero non era, dagli occhi tristi per professione. 

Povero Álvaro de Campos, cui nessuno bada!
Povero Álvaro, che ha tanta pena di se stesso! 

Eh sì, poveretto!
Più povero lui di molti che sono vagabondi e vagabondano,
che sono mendicanti e mendicano,
perché l’anima umana è un abisso. 

Io sì che lo so bene. Povero Álvaro! 

Che bello potermi rivoltare in un comizio dentro l’anima mia!
Ma non sono mica stupido!
Non ho neanche la scusa di possedere opinioni sociali.
Anzi, non ho nessuna scusa: sono lucido. 

Non cercate di convertirmi nella mia convinzione: sono lucido. 

Lo ripeto: sono lucido.
Niente estetiche del cuore: sono lucido.
Merda! Sono lucido. 









Le tre poesie sopra riportate sono tratte dal libro: Fernando Pessoa, Poesie di Álvaro de Campos
a cura di Maria José de Lancastre, traduzione di Antonio Tabucchi, Biblioteca Adelphi, 1993, 5ª edizione.









2 commenti:

  1. Nel suo contributo critico al libro “Una sola moltitudine, vol. I” (a cura di Antonio Tabucchi, Maria José de Lancastre, traduzione di Antonio Tabucchi, Maria José de Lancastre, Rita Desti, Biblioteca Adelphi, 1979, 14ª edizione) a proposito di Pessoa lo stesso Tabucchi dice:
    «Ebbene: tutti questi autori, tutte queste opere, tutti questi destini furono “una sola moltitudine”, perché nascevano tutti dall’invenzione dissociata e proliferante di una sola persona, l’anagrafico Fernando Pessoa, oscuro impiegato di una ditta di Lisbona , dove aveva l’incarico di scrivere lettere commerciali in inglese. E quelli che abbiamo citato sono solo i più importanti fra gli scrittori “inventati” da Pessoa: finora i suoi manoscritti hanno rivelato tracce e frammenti di ventiquattro autori (…) un baule pieno di gente” perché ci ha lasciato i suoi molteplici spiriti ben impachettati in fascicoli manoscritti tenuti con lo spago e contrassegnati da firme diverse…».

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  2. Mendico e vagabondo,a lato della scala sociale,rivoltandosi solo,in un comizio dell'anima.L'altro lato della medaglia è la lucidità
    di essere se stesso,triste per professione,perchè esistere non è meno faticoso di lavorare e pensare.Essere lasciato in pace per bisogno di ordine e simpatia delle esperienze emotive.

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