mercoledì 4 luglio 2012

ALBA GNAZI - TRE POESIE COME UN UNICUM




Notizia Autobiografica:

« Alba Gnazi, nata nel ’74 in provincia di Roma; fin da ragazzina per me le parole sono una chiave e un ponte, un codice privilegiato e misterioso, un canto: leggo da quando ne ho memoria.  Cresciuta con la narrativa italiana e americana, con le prose omeriche e i classici per ragazzi, da adolescente incappo nella Poesia di Montale: esperienza totale e definitiva, che si fa esplosiva quando mi imbatto, un po’ più in là,  in T.S. Eliot.  Ho pubblicato un breve libro di narrativa nel 2010, ho partecipato, e qualche volta anche vinto, a concorsi di Poesia e di racconti di genere vario. Ho scritto delle recensioni per alcune riviste letterarie e musicali  e collaborato all’organizzazione di eventi culturali. » 


« Cose che faccio, cose che penso, cose che vedo, cose che scrivo e poi dimentico, cose che ripesco e rielaboro, cose che suonano e che ‘mi tornano’. Cose del tempo - come in questi pezzi, in queste ‘poesie’-. Le condivido, dopo averle riportate su foglio elettronico - la matita ha un odore che conserva tracce pentimenti e assoluzioni, la penna schiamazza ai quattro venti i moti dell’anima e della mano mentre scrivo; le ‘poesie’ devo scriverle a mano, sdraiata per tre quarti, oppure chinata, col foglio a terra e col braccio penzoloni dal letto, oppure in piedi sul muretto della finestra, o a un incrocio col motore acceso... -. Aspetto un tuo parere, se vorrai. » 

« Il ‘trittico’ che t’ho inviato - ineditissimi i pezzi, in quanto neo-nati - è davanti agli occhi di qualcuno for the very first time, fatta salva mia figlia che ha ascoltato ‘Come gli alberi senza foglie’. 
Riflessioni per qualcuno forse ante-litteram, per me verosimili e tangibili, su uno degli autunni dell’esistere, su un modo brullo di chiudere i propri tempi in ‘Età’: vecchiaia che è al limite di tutto, della dignità in primis; sulla dissoluzione delle emozioni /blando tentativo di ribellione/assenza di giudizio/prevaricazione dell’omologazione forzata in ‘Charlotte’ (omaggio sui generis a Chaplin); e infine la catena di voci  isolate l’una dall’altra - in certo qual modo, a rileggerla, dettate da reminiscenze del Decadentismo - che fanno spigolature sulla non-comunicazione, su una vecchiezza più waste della vecchiaia, su un non-amore per sé - e di riflesso, per persone e cose.
One by one, one for all. 
Questo lo spirito, un po’ esistenzialista, del ‘trittico’. »
A. G. 

In alcuni luoghi del tuo scrivere in versi c’è una sorta di intensa e selvatica furia, che tuttavia si mantiene all’interno di un’apparente razionale controllata e civica forma. Una somiglianza curiosa, per me, coi versi di un cantautore come De Gregori, di un poeta come Pasternak ( ... Ma per quanto la Notte mi incateni / con un anello angoscioso, / Più forte al mondo è la spinta alla fuga / E alle rotture invita la passione... ). Sento inoltre una prossimità grande con la poetica di Éluard, in particolare là dove dice ... Noi si deve drenare l’ira / E far sì che il ferro insorga... Perché una rabbia c’è, ed è grande, ma trattenuta con la paziente forza di chi confida ancora nella potenza della parola. Questo verso fluido e fluente è capace di sfiorare o afferrare o smascherare i tanti volti del nulla, senza mai farsi portatore di quella pur razionalistica disperazione che una tale visione pretenderebbe. E dove i molteplici spettri del nulla si tramutano negli infiniti aspetti, negli innumerevoli nomi e/o luoghi della disperazione, proprio là emerge il coraggioso imperativo categorico di questa Poesia, che sembrerebbe dire con tutta se stessa un “No!” decisissimo, inaudito e, tuttavia, nel complesso e variegato tessuto dei versi sempre compenetrato e presente. Se guardo bene la struttura, più che la forma, degli elementi costituenti il tuo “trittico”, vedo all’interno come una sorta di grande costante, come un grande significante situazionale che si apre a più significati, a più letture: dalla più semplice alla più impervia. 
Anche il cammino di questi versi è particolare, direi eracliteo e circolare (per le cose medesime / è un affanno / penare al compimento / e aver inizio), il loro cominciamento ha l’aspetto tipico di una fin de partie: E sì che lo sapevamo / Ma non di meno, non di meno / La pena s’assottigliò: e fummo scaraventati / Nella pozza / Dell’autocommiserazione, di una quieta rassegnazione. / Si tacque, gridando. / Il dorso sterile dello sgomento / Sullo zigomo s’abbatté, / uncinato: / e fu tutto. E in chiusura, nell’ultima strofe dell’ultimo testo, ecco a noi la tabula rasa presente in ogni inizio: Su questa mulattiera /sbavata di peli e tempo / Non leggo libri / Non conosco pregi / Non distinguo lumi / Non aspetto altro / Che gli alberi sussultino di verde / Prima che le bisce escano dai nidi. 
Un cammino poetico che conosce la natura delle cose, delle emozioni, dei sentimenti, il loro nascere, crescere, morire, trasformarsi e rinascere. Perché in ogni cosa, così come in questa Poesia, la scintilla della vita è sempre pronta a scoccare. Perché, per dirla ancora con uno dei frammenti eraclitei, c’è (ed è sempre in agguato), al timone di tutto / la folgore. 

A. C.

Di Alba Gnazi ci siamo già in precedenza occupati ( si veda: 
ALBA GNAZI - QUATTRO POESIE INEDITE  e  
ALBA GNAZI - QUALCHE COSA SULL'AMORE (CINQUE POESIE) ). 









Età



E sì che lo sapevamo
Ma non di meno, non di meno
La pena s’assottigliò: e fummo scaraventati
Nella pozza
Dell’autocommiserazione, di una quieta rassegnazione.
Si tacque, gridando.
Il dorso sterile dello sgomento
Sullo zigomo s’abbatté,
uncinato:
e fu tutto.


Righe sulla pelle come 
Ideogrammi nella neve
Rughe prive di tempo, asettiche
Testimoni d’una
Verginità amorale:
gl’intarsi muti e scabri
del pregiudizio, dell’ignominia
rilucono
di polvere e sudata omertà, lì
tra il collo e l’orecchio e lì,
tra il naso e la chioma.


Dimenticati gli stantii compiacimenti, le 
Malvessate onestà importate da
Altezze sonanti che
Altrove battono
Ora e cassa.


Di tuo nulla, solo
Tre strisce sbiadite sui palmi,
Occhi cisposi di siesta vino e sole;
Passi ossuti nel tempo che impaziente rimbrotta su
Calchi di polvere e spruzzi di saliva ormai asciutti
Mentre faticosamente retrocedi.

                                                                                2.4.12 



Charlotte was a rockstar


Non sempre si lascia che siano
Gli occhi degli altri a decidere la corsa, la direzione, la sosta.
Il guizzo ottuso del naso, un ringhio di tosse,
la bocca sterile allineata a
un bilioso disprezzo: beffarda e malinconica
pellicola in bianco e nero,
che la maschera ignora, che ormai si vede gratis, che il sipario non cela più.



Non sempre ci si cura di schiene
Confisse al varco dell’orizzonte,  di passi
Che sdrucciolano oltre i sentieri della lontananza, fino
A lambire le desolazioni spiritate della dimenticanza, quando
Un nome evoca solo un’espressione di guardinga, spudorata smemoratezza.


Non sempre si contano i dinieghi, le asperità dei gesti, i plotoni di
Cecchini pronti a sparger sale dopo il massacro, l’essenza dolciastra della
Pena, la solitudine che si incolla agli zigomi e verso il basso li tira,
glabra e nebbiosa come un giovedì di novembre.


Non sempre i nomi messi all’indice
Sono i nomi da evitare, e i grassi larghi e saturi non sempre fanno male.
Non sempre per guidare
Occorre la licenza, non sempre per restare occorre
di qualcosa fare senza.
Non sempre per una poesia si va a caccia di rima,  per scivolare sull’erba di un
Prato non serve per forza una collina.


Proverei a raccontarmelo una volta al dì se ci credessi,
se fino in fondo,
fino agli alluci,
fino alle scapole e alle unghie dei mignoli davvero mi illudessi
che tutto si risolve con un’alzata di spalle.
Ridere di me è quel che a volte faccio, non ridere di me è quel che a volte imploro
Ridere insieme è quel che sempre amo,
 e rido e rido e in alto lancio i piedi
mi ascolto quando rido, rido sopra al mio ombelico,
rido senza motivo e con creanza, soffiando in una cannuccia in ciabatte di organza
con una chitarra e un gatto bianco a ballare sulla credenza
ché ridere è da bambini, è da folli e disperati,
da attori senza pubblico
da amanti umiliati,
da donne con la pancia, da calvi senza eleganza,
da maestri con troppa pazienza,
da lottatori con il sangue tra i denti,
da esiliati innocenti,
da feriti in pace, da feriti in guerra,
da feriti ovunque ci siano
feriti in cerca di terra
terra per stendersi e ridere
per ridere e ubriacarsi
per ubriacarsi e ninnarsi
e ancora, ancora ridere
e ridere e ridere e ridere
un ultimo fiato per ridere

Prima di accendere
La Tivvù.

                                                                            26.6.12 



Come gli alberi senza foglie



Tu cerchi nei tuoi fogli
E certo nei tuoi libri
Di incontrare qualcuno
Che non c’è


Di formare una mappa
Intrecciare un aquilone
Ridipingere steccati
Aspettando quello che
Senza freni né fanfare
Né colletto inamidato
Con la Musica sulle mani
E una sigaretta nel taschino
Un fiore di campo colga
Solo per te.


Ma vedi non c’è spazio
Tra certe righe bianche
E non c’è più riporto se
Le sottrazioni sono state tante


C’è un’aria fredda e grigia 
come quel tetto beige
che un tempo era marrone e
faceva bella mostra di sé. 
_________________________________________

 

Coprirai le gambe con un telo 
Il ginocchio da un buco sghembo 
Spierà
I bordi rotti del cielo nero, cercando:
ma a te
quel che serve
è tutto qua.




I ricordi sono dita nel burro
Fitti e penduli come
Margherite di campo : 
resti ore a contemplarli, 
ridi piano, scuoti il capo
il tuo mento si
inumidisce alle estremità.


Letto bianco, saturo di 
Odori che non s’erano annunciati
Onde dritte di libri, preziose
Bambole di porcellana,
Fiori di serra
E in alto 
Monocromatici laghetti, stagionate stampe di Monet,
sdentate istantanee di
nipoti che 
non vedi mai.


C’è stato un uomo
Che pesava sul letto al tuo fianco
Occupava la sedia di lato 
Leggeva un solo giornale
Non sapeva farti restare né partire
E poi un giorno è morto
Tu rivuoi quel silenzio
E quelle luci piatte
E quell’odore di cipolle e limone.
_________________________________________



Nessuno è più diverso
E più uguale di me
al niente.


Non il lattaio,
che è stantio e vuoto e estinto, coi suoi orci
chiassosi di etere e spuma.




Non il vinaio, che il
Rubro pollice preme sul
Rubinetto d’oro – Malvasia e Loto, e 
Fragore e Senso
Nel calice vinto da labbra bugiarde.




Non il fornaio, né il brigadiere, né il vecchio aio.


Su questa mulattiera
sbavata di peli e tempo
Non leggo libri 
Non conosco pregi
Non distinguo lumi
Non aspetto altro
Che gli alberi sussultino di verde
Prima che le bisce escano dai nidi. 
                                                                                 26/27.6.12













4 commenti:

  1. Della Poesia e della poetica di Alba Gnazi, per quanto si possa aver detto, non si finirebbe mai di parlare, perché molte sono le questioni rimaste aperte sul farsi della Poesia in questa Autrice le cui radici culturali e linguistiche sono estremamente composite, ricche di una linfa varia e tuttavia ormai così originalmente propria di una natura poetica che ha raggiunto il massimo punto di maturazione. Da tale punto può ormai può solamente scaturite il nuovo. Ma qui, in quello che Alba chiama "trittico" come per farne un unicum pittorico o scultoreo, qui, dicevo, il nuovo è proprio sotto i nostri occhi, insieme a tutta la consapevolezza di sé mostrata da Alba, pur nel chiedere un amichevole ma sincero parere sulla propria Ars Poetica. Mi auguro che i lettori-visitatori di questo blog possano far propria tutta la pudica bellezza e l'alto respiro poetico che, insieme, danno vita a questi davvero intensi e sorprendenti versi di Alba Gnazi.

    A. C.

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  2. "Si tacque, gridando." Mi ha colpito molto la poetica di Alba Gnazi, le sue scelte lessicali, le espressioni dimostrano un'attenzione meticolosa verso il valore delle parole.

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  3. intensa, di una forza avvolgente, da leggere e rileggere... Grazie

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  4. Grazie di cuore ad Antonino, che ospita i miei scritti una volta ancora.
    Michela:grazie anche a te. Un sorriso.

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