sabato 30 giugno 2012

PAOLO SANTARONE - TRE VISIONI IN SANTA SOFIA






Quel che dice di sé:

« Un po’ di romanzi nel cassetto… poesie e racconti… (tanti).Una scrittura che con slanci e pause dura da più di mezzo secolo…In un lontano passato ho pubblicato testi di divulgazione storica per ragazzi, e molte traduzioni (perfino una versione in prosa dell’Eneide)… Poi sono vissuto della mia scrittura come “writer” in una grande azienda.  Qualcuno là mi chiamò “penna d’oro”, da cui un mio verso “penna d’oro per oro venduta”. 

Nell’ultimo scorcio dello scorso secolo ho fondato, con altri, la rivista on line “Pseudolo” vissuta circa 6 anni. Alcuni abbastanza cospicui ruderi di “Pseudolo” sono ancora visitabili nel sito: www.giuseppecornacchia.com/pseudolo

Credo ci sia ben poco d’altro da dire: vivo a Daverio, vicino Varese, mi piace viaggiare e più che bipolare, mi definirei ciclotimico. » 

 

Paolo Santarone, che non conosco come scrittore, comincio però a conoscere come poeta. Un poeta i cui lineamenti sono, di fatto, secondo me, piuttosto “proteiformi”, ma un raro poeta - con una voce e uno stile assai variegati, certo - purtuttavia saldamente in possesso (e pienamente conscio) della sua propria cifra poetica. Un raro poeta ho detto. Sì, perché Santarone conosce a fondo e utilizza l’intera tradizione poetico-letteraria italiana ed europea, e tutto un patrimonio di tradizioni, usi e costumi legati (non solo) all’essere - nella propria anima e nella propria lingua originaria - un lombardo. Il suo lavoro (per quanto poco io possa conoscerlo) contiene, insieme a una sorta di vena epico-visionaria, un'ispirazione antopologico-naturalistica, guidate entrambe, sì dal sentimento, ma per nulla sentimentali… Il suo lavoro, dicevo, è governato anzitutto da un grande rigore metodico. Credo che ciò ne dica tutta la classicità. E c’è anche, nella poesia di Paolo, l’alta ironia tipica dei grandi. Per quanto detto, il nostro poeta – che non occupa alcun posto speciale nella poesia odierna, non sarebbe comunque incasellabile in un qualsivoglia movimento letterario più o meno importante. Egli mi sembra, invece, destinato a percorrere e ripercorrere in solitaria la distanza fra i suoi diversi “cuori”. Il senso di quest’ultima affermazione cercherò di precisarlo così: “il poeta latino Ennio sosteneva di avere tre cuori, tanti quante erano le lingue che parlava: l’osco, il greco e il latino. Ed aveva ragione: ogni lingua infatti, lungi dall’essere soltanto un efficientissimo sistema di comunicazione, è una filosofia, un modo di pensare, di concepire e, secondo alcuni, addirittura di creare il mondo. La lingua è il deposito più profondo di una civiltà; è quanto di più autenticamente proprio e durevole questa va lentamente depositando e conservando nell’intimo della sua storia”, come scrive Fabrizio Galvagni in Piö ’n là , Rime, versi liberi e traduzioni in dialetto bresciano, Editrice La Rosa, Brescia, 1994. D’altra parte un proverbio ungherese dice: Tante lingue conosci (parli) tante persone sei. Per parlare una lingua è necessario diventare un’altra persona: si può, infatti, conoscere veramente una lingua se si impara a pensare come la gente che la parla. Ogni lingua è lo specchio della vita, della cultura di un popolo, quindi della civiltà di un gruppo etnico, di una nazione intera. Nel caso del poeta Paolo Santarone, direi che sono stati e saranno i suoi diversi cuori a determinarne i caratteri essenziali, i cifrari, il multiforme stile, le frontiere da varcare, il destino poetico.
A. C. 

(...) Innanzitutto - pur essendo io per nascita milanese, figlio di un padre nato a Milano e sposato con una lombarda DOC - ho sangue: toscano, bolognese, abruzzese, napoletano. Da bambino mi chiamavano terrone, perché avevo l’accento toscano (purtroppo perso) di mia madre. Più che un lombardo credo dunque di essere un italico, e in terra padana sentirsi italico è quasi come essere un rivoluzionario. Credo che sia per questo che i miei cuori sono perfino più di tre, perché alcuni me li prendo anche senza averne diritto (per esempio sono geneticamente lontano dalla sicilianità, ma ne ho rubato ogni volta che ho potuto, e idem per il Magreb). Il mio turismo, le mie “Cerche” sono tentativi di scoprire altri cuori (...) 
P. S.

Di Paolo Santarone ci siamo già precedentemente occupati (si veda: PAOLO SANTARONE - PIERO E IL RITORNO DELLA NEBBIA , PAOLO SANTARONE - LAGO DI VARESE  e  PAOLO SANTARONE - «ROSSO COME L’IBISCO» - TRE TESTI PER LA “CERCA” ).


 




Tre visioni in Santa Sofia 

 

 

Prologo 

 

Come in una cerca ho vagato

in questo sconsacrato luogo

del divino

Qui

maree che una misteriosa luna attrae

o respinge

risacche che l’onda scaraventa

o ritrae

fede e sangue

s’alternano eterni

nei segni di mani umane

graffiati nella storia delle pietre


Di due dei splendette qui la gloria

ognuno con propri culti 

e confliggenti fedi

Qui fuoco e saccheggio celebrarono

l’ebrezza della vittoria

la gloria dello stupro

Qui la clemenza del sovrano guerriero 

assoggettato dalla bellezza

impose d’inchinarsi al rispetto


Trepida diligenza d’antichi mosaicisti

che commettevano Cielo e terra

in unico sacro impero

perizia di pittori di parole

che bravamente figurarono il nome

di Colui che non ha figura

ardire d’architetti che sfidarono le leggi

impastando reliquie e cemento

a rafforzare di Dio la fragilità della statica 

 

 

La prima visione 

 

Un grosso uomo canuto

s’aggira tra i turisti

lo guida un lungo bastone sottile

bianco


Non vede la volta grandiosa

i mosaici

le sacre cerate col nome di Allah


Ascolta non so che cosa

rimbalzi di suoni? silenzi?

annusa l’odore dei marmi

infradiciati di storia


La punta del bianco bastone carezza

la frescura delle pietre

il collo la gola protesa

come in attesa d’un segno


o forse

Dio è più vicino a chi non ha occhi

Lo guida con sussurri 

 

 

La seconda visione 

 

Incedono sbilenche le due gemelle

identiche

identicamente vestite

un passo sgraziato identico per due vecchie donne


Guardano le colonne

i muri gli affreschi la volta

le geometrie del matroneo

come per un dovere sgradito


Soldati d’un esercito perduto

inermi devastatori

le muove la fretta voglia di essere altrove

vanno veloci nel loro mascolino claudicare


Sono esse lo specchio

il doppio 

in questo tempio doppiamente sacro

in questo dualismo di un unico dio

nella Casa che oggi è museo


La santità del Duale

mi passa vicina distratta

accenno un inchino non còlto

non vedono non ascoltano

Mi sfiorano con lieve brezza

e passano oltre 

 

 

La terza visione 

 

La terza visione è un insetto molesto

Una zanzara

Il ragazzino ronzante

zigzaga in monopattino nel tempio


Con destrezza salta gradini

s’intrufola tra la gente

qualcuno sfiora qualcuno urta

villano e indifferente


Preso dal suo gioco

fa gimcane nel matroneo

circumnaviga sdegnoso l’omphalos

struscia di spalla Costantino il Grande

nell’avventura d’una curva stretta

quasi un testacoda


Questo piccolo vandalo innocente

vive qui dentro come in una casa

gioca qui dentro come in una piazza

figlio d’un malaccorto guardiano forse

o indecifrato segnale d’un misterioso messaggio 

 

 

Epilogo 

 

Pacificato

ho ritrovato quello che cercavo

il sudore dei marmi

la trasparenza dell’aria

il silenzio


Con minuzia ho osservato le deesis

ho frugato nei volti delle sante

ho carezzato il lucore delle colonne

e respirato i secoli


In più

il dono delle tre visioni

irrisolvibili enigmi

ipotesi di segni


Forse soltanto 

sogni ispirati da un dio giocoso

(quale dei due?)

a me che nel mio silenzio cercavo


Istanbul – Daverio, maggio 2001

 


 



La Basilica di Santa Sofia (ovvero La Santa Sapienza) a Istambul 
(in greco: Αγία Σοφία, in turco: Ayasofya), 
fu sede patriarcale greco-ortodossa, cattedrale cattolica, poi moschea, ora museo.














4 commenti:

  1. Quelle che potrebbero essere delle note sparse in un diario di viaggio si fanno, in questa poesia di Paolo Santarone, elementi essenziali e fondanti del suo viaggiare all’interno delle proprie medesime profondità. Come in un Canto dai risvolti sacri (dove ciò che è sacro non rimanda a una fede divina, bensì ai propri luoghi interiori più segreti) il Poeta ci offre un testo che ci immerge in un denso e splendido prologo e a un inevitabile epilogo (illuminato da una ritrovata consapevole serenità), entrambi questi, intercalati da tre “visioni” straordinariamente piene di significati tanto universali quanto quotidiani, tanto attinenti al “cercante” quanto (poco, molto poco) al turista sfaccendato. E questo andare per visioni è elemento originalissimo in un Autore come Paolo, che è lontano anni luce da tanta poesia per l’appunto “visionaria”. Nella prima fra queste visioni, la splendida figura di un cieco forse dallo stesso Dio guidato “con sussurri”. Nella seconda visione, due vecchie gemelle identiche, mascoline nel passo claudicante, perfette turiste “in-differenti” e frettolose, che del tempio-museo nulla vedono né percepiscono. Nella terza visione, il bambino in monopattino, che forse è dopotutto, “indecifrato segnale d’un misterioso messaggio”. E nell’epilogo il Poeta, che ritrova infine quanto in quel luogo cercava, ma nutre in sé il dubbio che il dono delle tre visioni possa forse rappresentare, in bilico fra Dio e Allah, soltanto dei “(…) sogni ispirati da un dio giocoso / (quale dei due?) / a me che nel mio silenzio cercavo”.
    Un grande grazie a Paolo per tutto questo.

    A. C.

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  2. piaciuto molto a prima lettura....tornerò...

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  3. Grazie ad Annamaria. Tu, magister Antoninus mi chiosi e mi illustri così bene che a volte riesci perfino a convincermi della mia bravura. ;-)
    In effetti questa poesia mi è molto cara.
    Per mia somma fortuna, le due volte che, nel corso della mia vita, mi sono aggirato tra le pietre di Αγία Σοφία, il tempio (preferisco pensarlo come un tempio che come un museo) era poco frequentato. Se fosse stato gremito come nella foto, certo non avrei avuto alcuna visione.

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  4. "Dio è più vicino a chi non ha occhi"-In questo verso emerge l'autore che sembra viaggiare nelle sue narrazioni,valutando scrupolosamente la strada.Le tre visioni diventano direzioni volontarie per arrivare ad una meta sicura.Ed in tutto questo non c'è nulla che non sia arrendevole,attribuibile ad "un dio giocoso",quello che però il poeta cerca,perchè lui per primo è giocoso nella sua concretezza,nella piena serietà del suo dire.Una giocosità che ha senso compiuto nell'esperienza generosa delle osservazioni,delle loro tesi e delle loro sintesi.Per avvicinarsi all'autore e al suo dio giocoso,bisogna dunque capirne l'umiltà e l'orgoglio delle parole,dei gesti...il sudore dei marmi,la trasparenza dell'aria.

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