martedì 19 giugno 2012

PAOLO SANTARONE - «ROSSO COME L'IBISCO» - TRE TESTI PER LA "CERCA"





Quel che dice di sé:

« Un po’ di romanzi nel cassetto… poesie e racconti… (tanti).Una scrittura che con slanci e pause dura da più di mezzo secolo…In un lontano passato ho pubblicato testi di divulgazione storica per ragazzi, e molte traduzioni (perfino una versione in prosa dell’Eneide)… Poi sono vissuto della mia scrittura come “writer” in una grande azienda.  Qualcuno là mi chiamò “penna d’oro”, da cui un mio verso “penna d’oro per oro venduta”. 

Nell’ultimo scorcio dello scorso secolo ho fondato, con altri, la rivista on line “Pseudolo” vissuta circa 6 anni. Alcuni abbastanza cospicui ruderi di “Pseudolo” sono ancora visitabili nel sito: www.giuseppecornacchia.com/pseudolo

Credo ci sia ben poco d’altro da dire: vivo a Daverio, vicino Varese, mi piace viaggiare e più che bipolare, mi definirei ciclotimico. » 

 

Paolo Santarone, che non conosco come scrittore, comincio però a conoscere come poeta. Un poeta i cui lineamenti sono, di fatto, secondo me, piuttosto “proteiformi”, ma un raro poeta - con una voce e uno stile assai variegati, certo - purtuttavia saldamente in possesso (e pienamente conscio) della sua propria cifra poetica. Un raro poeta ho detto. Sì, perché Santarone conosce a fondo e utilizza l’intera tradizione poetico-letteraria italiana ed europea, e tutto un patrimonio di tradizioni, usi e costumi legati (non solo) all’essere - nella propria anima e nella propria lingua originaria - un lombardo. Il suo lavoro (per quanto poco io possa conoscerlo) contiene, insieme a una sorta di vena epico-visionaria, un'ispirazione antopologico-naturalistica, guidate entrambe, sì dal sentimento, ma per nulla sentimentali… Il suo lavoro, dicevo, è governato anzitutto da un grande rigore metodico. Credo che ciò ne dica tutta la classicità. E c’è anche, nella poesia di Paolo, l’alta ironia tipica dei grandi. Per quanto detto, il nostro poeta – che non occupa alcun posto speciale nella poesia odierna, non sarebbe comunque incasellabile in un qualsivoglia movimento letterario più o meno importante. Egli mi sembra, invece, destinato a percorrere e ripercorrere in solitaria la distanza fra i suoi diversi “cuori”. Il senso di quest’ultima affermazione cercherò di precisarlo così: “il poeta latino Ennio sosteneva di avere tre cuori, tanti quante erano le lingue che parlava: l’osco, il greco e il latino. Ed aveva ragione: ogni lingua infatti, lungi dall’essere soltanto un efficientissimo sistema di comunicazione, è una filosofia, un modo di pensare, di concepire e, secondo alcuni, addirittura di creare il mondo. La lingua è il deposito più profondo di una civiltà; è quanto di più autenticamente proprio e durevole questa va lentamente depositando e conservando nell’intimo della sua storia”, come scrive Fabrizio Galvagni in Piö ’n là , Rime, versi liberi e traduzioni in dialetto bresciano, Editrice La Rosa, Brescia, 1994. D’altra parte un proverbio ungherese dice: Tante lingue conosci (parli) tante persone sei. Per parlare una lingua è necessario diventare un’altra persona: si può, infatti, conoscere veramente una lingua se si impara a pensare come la gente che la parla. Ogni lingua è lo specchio della vita, della cultura di un popolo, quindi della civiltà di un gruppo etnico, di una nazione intera. Nel caso del poeta Paolo Santarone, direi che sono stati e saranno i suoi diversi cuori a determinarne i caratteri essenziali, i cifrari, il multiforme stile, le frontiere da varcare, il destino poetico.
A. C. 

Postilla: Ho scritto la precedente nota il 19/5/2012. Lo stesso giorno ho ricevuto da Paolo un messaggio, che ritengo sia opportuno riportare, in parte, qui:  

(...) Innanzitutto - pur essendo io per nascita milanese, figlio di un padre nato a Milano e sposato con una lombarda DOC - ho sangue: toscano, bolognese, abruzzese, napoletano. Da bambino mi chiamavano terrone, perché avevo l’accento toscano (purtroppo perso) di mia madre. Più che un lombardo credo dunque di essere un italico, e in terra padana sentirsi italico è quasi come essere un rivoluzionario. Credo che sia per questo che i miei cuori sono perfino più di tre, perché alcuni me li prendo anche senza averne diritto (per esempio sono geneticamente lontano dalla sicilianità, ma ne ho rubato ogni volta che ho potuto, e idem per il Magreb). Il mio turismo, le mie “Cerche” sono tentativi di scoprire altri cuori (...) 
P. S.

Di Paolo Santarone ci siamo già precedentemente occupati (si veda: PAOLO SANTARONE - PIERO E IL RITORNO DELLA NEBBIA  e  PAOLO SANTARONE - LAGO DI VARESE ).


 




Fenicia felix

 

 

Forse perché più sola

più segreta e fuggita
più remota
da un’isola quasi ognuna è partita
delle vite che fanno la mia vita

Ogni isola è un ventre della terra
ovaio di segreti e di ritorni
nicchia e promessa
che lontana ancora è la morte dei sogni
e non ancora spento lo sperare

E quando già credevo
il mio gioco finito
e cieco
ogni clandestino sorriso
(e mille volte già io sono morto
e mille volte rinato)
la fiamma ha dato un guizzo di bagliore
splendore di crepuscolo

S’è fatto
allora
il cielo
rosso come l’ibisco
spalancato
della sua moritura grandezza

Così accade a molte cose
e cielo e fiore e sole e vino
cose assolute
e perfette
solo all’incipit del declino

L’attimo eterno è fermo
come un’ala che plana
ebrietà di paure entusiasmanti
brivido del maestrale sulla pelle
appena fuor dall’acqua

Poi
in cielo cominciano le stelle 

 




Appunto di viaggio 

 

 

Finistère. Finis terrae. Uno dei tanti luoghi in cui il mondo finisce. Oppure, se dai le spalle al mare, comincia.
Pointe de Raz si sporge al di là di una barriera di negozi, ristoranti, servizi igienici, parcheggi. Vai oltre per i sentieri cintati, tra le ginestre e il brugo. È pulito. La gente ha imparato a non sporcare, a non lasciare in giro i detriti del suo quotidiano.
Ce n’è tanta, di gente. Riconosco fisionomie inglesi, galliche, normanne… e italiane. Gli Italiani dilagano in questa terra che è diventata la seconda località turistica della Francia. Mi chiedo che cosa cerchino, che cosa cerchiamo, in questo nord così lontano dai nostri colori e dalle nostre luci, in questa bellezza un po’ cupa e un po’ desolata.
Io credo di sapere quello che cerco. Sono affamato di metafore.
Cerco nelle metafore il senso della vita. Con ostinazione scateno il mio immaginario.
Il tramonto dell’Occidente.
La Cerca, che qui forse fu originariamente concepita da gente che veniva dall’Isola vicina, dalla Bretagna grande. Cerca del Calice che conteneva il sangue del Dio morto.
(E a cosa è indirizzata la mia cerca? È dunque davvero nella morte il senso della vita? È la morte stessa?)
E ora gli dei tristi dei Calvari bretoni, delle cattedrali grigie scavate dal lichene.
Mi sporgo con Bruno e con il suo entusiasmo su uno degli spuntoni del capo. Proprio qui i gabbiani fanno il gioco d’arrivare bassi e poi lasciarsi trasportare dalle correnti, immobili, prima in alto e poi lontani. Ci sfiorano sfrecciando fra le rocce e li guardiamo giocare con il cielo, contro quelle nuvole che passano veloci e alte.
Un’isola abitata, proprio lì davanti, guasta l’effetto di infinito. La terra finisce per ricominciare – come in un ultimo sussulto, in un post scriptum - appena un paio di chilometri più in là.
So che qualcuno, Nick forse, potrebbe farmi la colpa di non guardarmi davvero intorno. Ma ora è una vacanza, una pausa della vita, un breve rifugio. Per questo cerco di guardare in là. Di sognare, forse.
E non sono sogni dolci. Non è dolce la Bretagna, la Terra del mare, l’Armoire.
Nelle trattorie trovo spesso foto del passato: i costumi, i momenti rituali, le fisionomie originali, le espressioni… Raramente tanta severità, raramente donne così chiuse nel rigore, con labbra sottili e senza pieghe e una ruga verticale in mezzo alla fronte. Ripenso agli encloses parrocchiali, monumenti di tutte le fini.
Accanto a Pointe de Raz, e ben visibile anche dalla falesia, si distende una spiaggia profondissima. Con la bassa marea, l’acqua si è ritratta per molte centinaia di metri. È la Baia dei Trapassati. Qui, annotano le guide, si pensava si raccogliessero le anime prima di andare nell’Oltre.
Ora i surfisti in muta aspettano le onde per avventurarsi sulle loro tavole. Stanno lì in attesa come grossi predatori neri, ladri di marosi. La spiaggia dei morti è costeggiata da auto. Ragazze con le gonne rimboccate cercano non so cosa nelle pozze d’acqua e fra gli scogli che delimitano la spiaggia.

 




Pointe de Raz 

Finistère. Finis terrae. Uno dei tanti luoghi 
in cui il mondo finisce. 
Oppure, se dai le spalle al mare, comincia.




Terra di Francia muore
e declina occidente
uno zodiaco di fari
e qualche vela remota

Più sotto la Baia dei trapassati
dove un tempo le anime dei morti
venivano a raccolta
per affrontare l’Oltre

Gli dei tristi dei calvari bretoni
presso chiese corrose dal lichene
e cimiteri severi
donne senza sorriso

La Cerca nacque qui
dove maree atlantiche
oscillano chilometri
rena alghe molluschi

Da queste sponde
la leggenda di Parsifal
mitologia di sangue
pietà e memoria

Inaudita arroganza dei puri
insostenibile pretesa dei santi
e gloria d’un’impresa
che ha per esito certo il fallimento

Senza animo casto anche oggi
qui s’aggirano uomini
frugano nei bassifondi del tempo
per un lampo d’illuminazione

Nel mio vagare in cerca di metafore
invento le ostinate fantasie
e sogni come spettri
attraverso il mio specchio

Vaneggiando d’aver colto il premio
da uno squarcio di nubi e gabbiani vedo il Senso
L’emozione galleggia
relitto che l’onda irridente ricopre

                                                                                                           Pointe de Raz – Daverio, agosto 2001.









5 commenti:

  1. In questo post vediamo (e leggiamo) due importanti poesie di Paolo Santarone, ma intercalate da un "semplice" testo in prosa. Perché questa scelta? Forse soltanto in omaggio a una bellezza che è complessiva, a tutto tondo, e (a me pare) - in questo accostamento - capace di rappresentare il credo poetico, mai pubblicamente dichiarato, di questo Poeta. Quella di Paolo Santarone non è "poésie en plein air", ma è soprattutto poesia della riflessione, la cui forma riecheggia, qui e ora, il canone classico, ed è tuttavia del tutto contemporanea e attuale. Sarà anche vero che niente è ciò che sembra, e che laddove appare esserci la resa e il fatalismo, c'è invece, come suo opposto necessitante, il caparbio coraggio di andare, oltre il disfacimento apparente del mondo e delle cose, verso il loro rinascere sotto forme diverse. Come in un grido silente che il cuore solo conosce, il Poeta ridice i suoi paesaggi, cita se stesso in esergo al "Pointe de Raz" (e l'esergo è parte del "semplice" testo in prosa), ripercorre i suoi luoghi, che contengono tutte le nostagie, quelle del passato e quelle del futuro. Questa è una Poesia (anche nella prosa) che canta struggimenti ed amori mai perduti, sempre riconquistati. E il "caminante" che è nel Poeta ne ripercorre i miti, ne fa i suoi luoghi di frontiera, di caparbia ricerca, di vita.

    Antonino Caponnetto

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  2. Che dire, Magister Antoninus? Che sei troppo buono nel tuo giudizio? Questo certamente! Che sei un po' "ingannatore" perché hai pubblicato quell'umile prosa che io, inviandotela, avevo definito "un appunto", o tutt'al più "materiale di lavoro"? A un magister, lo sai bene, si concede questo ed altro! Soprattutto se ti dice quello che tu stesso non sapevi ma che, in una certa misura, ti spiega e ti illumina su di te, come fai tu, amico, quando nomini il caminante, pellegrino, senz'altro, ma anche un po' picaro e un po' Sancho Panza, che non so se è in tutti i poeti ma che certamente è in me.

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  3. Vedo anche la prima poesia come un "Appunto di viaggio" . Un viaggio nella memoria, nelle diverse isole dove è vissuto un sogno, luoghi "di segreti e di ritorni". E di partenze, verso una nuova speranza, una nuova isola di vita, un nuovo sogno da vivere fino al suo tramonto "rosso come l' ibisco/ splalancato/ della sua moritura grandezza" Belle di poesia pura le metafore che esprimono l' emozione del poeta che sa cogliere la bellezza per ogni cosa perfetta nel massimo del suo splendore appena prima dell' inevitabile declino. Un viaggio che continua, in Pointe de Raz , soffermandosi appena nella realtà turistica circostante, per andare inevitabilmente oltre , verso ciò che questo luogo limite, Finistere, richiama alla memoria. Nasce da qui la leggenda del Sacro Graal, intreccio di pietà violenza sacro e profano insieme, che non può che divenire, nel suo fallimento, un viaggio nell' interiore, alla ricerca di un Senso da dare alla vita. Lo stesso che il poeta "vaneggiando" crede di cogliere, "da uno squarcio di nubi e gabbiani ". Subito seguito dall' "onda irridente" che ricopre il "relitto" dell' emozione che ha invaso il poeta che qui irride finemente a se stesso con sottile ironia. Fammelo dire senza tati giri di parole Paolo: Il tuo modo di fare poesia, le tue poesie, mipiacciono davvero tanto. Hanno il potere di riconciliarmi con la poesia, quella che comprendo meglio, che mi trascina e mi dà piacere, emozione. Per questo grazie.

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  4. Grazie a te, Aurora, anche per il tuo articolato e preciso commento. Sapere che le mie poesie piacciono mi gratifica molto. A volte qualcuna piace anche a me, ma se mi mancano i riscontri vivo questo piacere come una - pur lieve e rimediabile - freustrazione

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  5. Molto misteriosa, epica, suggestiva, lontana e vicina...mi ha particolarmente colpito "Pointe de Raz", che a dir vero, non mi sento neanche in grado di commentare, talmente ha un potere evocativo infinito in me.

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