venerdì 29 giugno 2012

GEORG TRAKL - OFFENBARUNG UND UNTERGANG (RIVELAZIONE E CADUTA)




Georg Trakl (Salisburgo, 3 febbraio 1887 – Cracovia, 3 novembre 1914), poeta espressionista austriaco. Nasce da Tobias, commerciante luterano in ferramenta e da Maria Halik, cattolica, di origine slava, melomane e collezionista di oggetti di antiquariato. Dopo un’infanzia apparentemente serena, fatta di giochi con la sorella minore Grete, nata nel 1891, di letture e di musica – entrambi suonavano il pianoforte - si legherà con lei in un rapporto incestuoso che segnerà drammaticamente la loro vita. 
Frequenta il ginnasio nel 1897; bocciato già una volta, non supera l’esame finale. Lascia perciò gli studi nel 1905 per lavorare come apprendista in una farmacia di Salisburgo, prende abitudine alle droghe e tenta i primi esperimenti letterari; ammira Hölderlin, Nietzsche, Dostoevskij, Rimbaud, Maeterlinck, Ibsen e Strindberg. Membro del circolo poetico Apollo, scrive recensioni sul giornale locale Salzburger Volkszeitung e fa rappresentare senza successo due drammi: Giorno dei morti (Totentag, 1906) e Fata Morgana (1906), e una tragedia, La morte di don Giovanni (Don Juans Tod, 1908). In quello stesso anno pubblica, sempre sul quotidiano di Salisburgo, la sua prima poesia, Das Morgenlied (Canto del mattino). 
Terminati finalmente gli studi ginnasiali, s’iscrive nell’Università di Vienna per frequentare il corso di farmacia, diplomandosi Magister nel 1910, e presta servizio militare in sanità dal 1910 al 1911. 
Tornato a Salisburgo nel settembre 1911, nel 1912 ottiene un impiego nell’ospedale militare di Innsbruck, città dove conosce Ludwig von Ficker, il fondatore della rivista Der Brenner (L’incendiario), rivista d’avanguardia letteraria che pubblica in maggio le sue prime poesie. 
Ottiene un impiego a Vienna al Ministero dei Lavori Pubblici ma si licenzia dopo solo due ore e torna a Salisburgo. Ripeterà altre due volte la stessa esperienza di incapacità a dedicarsi a un lavoro stabile; a Vienna conosce Karl Kraus, l’architetto Adolf Loos, Ludwig Wittgenstein, che a quel tempo guardava con interesse alla rivista tirolese, il pittore Kokoschka. Nel luglio 1913 pubblica a Lipsia una raccolta di Poesie (Gedichte); dipendente dalla droga e dall’alcool, è spesso soggetto a crisi depressive e incapace di dedicarsi a un lavoro stabile. Va a trovare a Berlino la sorella Grete che, sposata ma separatasi molto presto, è ricoverata in ospedale per un aborto. 
Richiamato allo scoppio della guerra, è ufficiale di sanità nella sanguinosa battaglia di Grodek, in Galizia: deve assistere da solo e senza medicine 90 feriti gravi. Traumatizzato dall’esperienza della guerra, tenta pochi giorni dopo il suicidio ma viene salvato e ricoverato nell’ospedale psichiatrico di Cracovia il 7 ottobre 1914 dove, alla fine del mese, redige il proprio testamento lasciando alla sorella una forte somma di denaro da poco ricevuta da Wittgenstein e, a von Ficker, venuto a visitarlo, il suo testamento poetico con le composizioni Klage II (Lamento II) e Grodek; il 3 novembre si uccide con un’overdose di cocaina. 
Postuma esce una seconda raccolta di poesie, Sebastiano in sogno (Sebastian im Traum, 1915). La sorella Grete si uccide nel 1917. 

Nota: 
Di Georg Trakl ci siamo in precedenza occupati ( si veda: GEORG TRAKL - “Occidente”, “La canzone di Kaspar Hauser”, “Grodek” ). 

Premessa a proposito di Offenbarung und Untergang ( Rivelazione e caduta ) 
Si tratta di sei testi sotto questo titolo riuniti aventi una particolare forma, che riesce, proprio in quanto forma, ad apparire prosastico-poetica, ma che, a una più attenta e profonda lettura, mostra la sua essenziale e mirabile natura puramente poetica, laddove laspetto prosastico altro non è che la conseguenza naturale delluso assolutamente libero del verso, che non si pone questioni metriche né di rima, pur continuando invece a porsi (mi riferisco alla redazione originale in lingua tedesca) questioni ritmiche, iterative, di assonanza, consonanza e così via. Si deve però ammettere che questa felicissima traduzione contiene ritmi e cadenze che - ove si volesse ri-versificare il testo - lasciano chiaramente vedere quanti e quali versi di metro ben definito siano quelli che vanno a costituire il liberissimo verso a cui abbiamo sopra accennato. 
A. C.
Avvertenza: 
La traduzione qui data di  Offenbarung und Untergang è tratta dal libro: Georg Trakl, Le poesie, prefazione di Claudio Magris, Introduzione di Margherita Caput e Maria Carolina Foi, traduzione di Vera degli Alberti e Eduard Innerkofler, Garzanti, Milano, 1983/2004. 







RIVELAZIONE E CADUTA 





dddStrani sono i sentieri notturni degli uomini. Quando io vagavo nel sonno per le petrose stanze e in ognuna ardeva una piccola lampada silenziosa, un candeliere di rame, e quando io rabbrividendo caddi sul giaciglio, si ergeva alle mie spalle di nuovo la nera ombra della straniera e muto io nascosi il volto nelle lente mani. Era anche alla finestra fiorito azzurro il giacinto e saliva alle purpuree labbra del respirante l’antica preghiera, cadevano dai cigli cristalline lacrime, piante per l’amaro mondo. In quell’ora fui nella morte di mio padre il bianco figlio. Con azzurri brividi veniva dal colle il vento notturno, l’oscuro lamento della madre, di nuovo morente ed io vidi il nero inferno nel mio cuore; attimi di trepido silenzio. Lieve uscì dal muro intonacato un indicibile volto - un fanciullo morente - la bellezza di una stirpe che rimpatria. Biancore lunare avvolse la frescura della pietra le vigili tempie, dileguarono i passi delle ombre su consunti gradini, un roseo girotondo nel breve giardino.





dddMuto sedevo in una desolata taverna sotto travi annerite dal fumo e solitario davanti al vino; splendente cadavere chino su un non so che di oscuro e giaceva un morto agnello ai miei piedi. Da azzurrità putrescente uscì la pallida figura della sorella e così parlò la sua bocca sanguinante: pungi nera spina. Oh, ancora mi risuonano di selvagge tempeste le braccia argentee. Scorra sangue dai piedi lunari, germoglianti su notturni sentieri, dove il ratto sguscia stridendo. Sfavillate voi stelle nei miei ricurvi cigli; e risuoni lieve il cuore nella notte. Irruppe una rossa ombra con fiammeggiante spada nella casa, fuggii con fronte nevosa. Oh, amara morte.
dddE usciva da me una oscura voce: al mio morello ho spezzato la nuca nella foresta notturna, quando dai suoi purpurei occhi sprizzava la follia; le ombre degli olmi caddero su di me, l’azzurro riso della fontana e la nera frescura della notte, quando io selvaggio cacciatore stanavo una nevosa fiera; in petrigno inferno smoriva il mio volto.
dddE scintillante cadde una goccia di sangue nel vino del solitario, e quando io ne bevvi, aveva sapore più amaro del papavero; e una nera nuvola avvolse il mio capo, lacrime cristalline di angeli dannati; e lieve scorreva dall’argentea ferita della sorella il sangue e cadde su di me una pioggia di fuoco.





dddLungo il margine del bosco voglio andare, creatura silenziosa, dalle cui mani, senza parole, calò il sole crinito; straniero sul colle serale, che piangendo solleva i cigli sulla città petrosa; fiera che sta silenziosa nella pace del vecchio sambuco; oh, senza requie origlia il capo crepuscolare, o forse gli incerti passi seguono l’azzurra nuvola sulla collina, anche astri severi. In disparte ti guida silenziosa la verde messe, ti accompagna su muschiosi sentieri del bosco timido il capriolo. Le capanne dei villici si sono rinchiuse mute e nella nera tregua del vento impaura l’azzurro lamento del torrente.
dddMa quando io discesi il sentiero di roccia mi assalì la follia e gridai forte nella notte e quando io con argentee dita mi chinai sull’acqua taciturna vidi che il mio volto mi aveva abbandonato. E la bianca voce mi disse: ucciditi! Sospirando si levò in me l’ombra di un fanciullo e mi guardò raggiante da occhi cristallini, così che piangendo mi accasciai sotto gli alberi, l’immensa volta stellare.





dddPeregrinazione senza pace attraverso il selvaggio pietrame, lontano da borghi serali, da greggi al ritorno; in lontananza si pasce il sole calante su prato di cristallo e ti sconvolge il suo selvaggio canto, il grido solitario dell’uccello, morente in azzurra pace. Ma sommesso venivi tu nella notte, mentre io vegliando giacevo sul colle, o infuriando nella tempesta primaverile; e sempre più nera la tristezza annuvola il capo appartato, atterriscono orrendi lampi l’anima notturna, le tue mani squarciano il mio petto ansante. 

dddQuando andai nel giardino crepuscolare e la nera figura del Male si era da me ritratta, mi avvolse il giacinteo silenzio della notte; e io navigai in ricurva navicella nello stagno in riposo e una dolce pace mi sfiorò la fronte impietrata. Senza parole giacevo sotto gli antichi salici ed era l’azzurro cielo alto sopra di me e pieno di stelle; e mentre io mi smarrivo guardando, morirono angoscia e dei dolori il più profondo in me; e si levò l’azzurra ombra del fanciullo raggiante nel buio, soave canto; si levò su lunari ali al di sopra delle verdeggianti cime, scogli di cristallo, il volto della sorella.





dddCon argentee suole scesi gradini di spine ed entrai nell’intonacata stanza. Tranquillo ardeva là dentro un candeliere ed io nascosi in purpurei lini, muto, il capo; e rigettò la terra un cadavere infantile, figura lunare che lentamente dalla mia ombra uscì, con braccia infrante cadde per petrose frane, neve fioccosa. 












6 commenti:

  1. Mi è capitato in questi giorni di chiacchierare con degli amici che usano scrivere delle prose poetiche, quando non dei poemi in prosa, e degli altri che cominciano ora a prediligere il verso lungo, sfiorando così tanto la prosa poetica quanto il poema in prosa. A qualcuno di questi ho consigliato di leggere i versi qui presentati. Ma avrete notato che alla fine ho affermato, in questa "pagina", che qui abbiamo a che fare con ciò che si chiama solo e semplicemente Poesia, quale che sia la struttura esteriore della scrittura, quale che sia la "forma" di quest'ultima. Qui abbiamo a che fare con la purezza poetica di Trakl, delle cui poesie pare che Wittgenstein abbia detto: "... Non le capisco, ma mi rendono felice..."

    A. C.

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    1. A differenza del filosofo Wittgenstein, che qualche problema mi diede negli anni della mia colta giovinezza (prima, cioè, che imparassi a non soffrire della mia ignoranza)a me questo poeta spara un'angoscia sottile e penetrante, quasi una repulsione.
      Dico ciò a titolo di cronaca, e non certo come giudizio critico.
      Mi chiedo se non vi sia qualche fattore di tipo vagamente paranormale, visto che l'antipatia è nata già prima di leggere, solo guardando la sua foto.

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  2. Confermo ciò che commenti e nella lettura trovo riscontri. Sai, credo non sia importante distinguere prosa poetica, poesia prosastica, certo ci sono i poemetti che non li scrive quasi più nessuno...il poema in prosa. Però, a parte questo, mi piace parlare più che altro di uso del linguaggio e di attraversamento della forma. O se vogliamo anche "travestimento" di questa, che comunque resta improntata su una movenza letteraria che vibra la poesia. Come dice Wittgenstein poi bene su Trakl (poeta "difficile" ma intenso), non bisogna capire un testo, ma rimanerne ammaliati, non è il significato che conta, ma ciò che con i significanti siamo in grado di percepire, le immagini, le emozioni che rendono un testo più o meno riuscito, a seconda della potenza enfatica, ma mai a seconda del solo "ragionamento intrinseco a se stesso".

    Grazie per la condivisione,

    Antonio Bux

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  3. Grazie per questa bella lettura offertami. Io non ho visto altro che Poesia in questa "prosa". Un animo tormentato, assalito dai ricordi , che si riaffacciano alla memoria con tutto il loro carico emozionale, ora incubo ora sogno, desiderio di serenità perduta. Sicuramente un Poeta di eccezionale sensibilità .

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  4. Potenza, espressività, musicalità. Non altro che Poesia. Dal metro alessandrino al verso libero: milioni di acque sotto i ponti, e ancora c'è chi scrive in emistichi e chi s'affida all'anarchia del verso libero, chi 'proseggia' poetando, con aggettivi d'un certo stile e levatura, chi esplode in un haiku, chi stempera l'emozione in un poemetto o in una riflessione simil-diaristica intensa e definitiva ... Tutte le facce e gli abiti del Poetare. Non il mezzo, ma il fine. Le definizioni servono a noi, per cintare e cercare di afferrare quanto di più sfuggente c'è : l'animo umano e la parola. Grazie.

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  5. Di Trakl colpisce ancora lo sguardo imperativo.Mi domando dove e come si trasformano o si consolidano prosa e poesia se proprio in quello sguardo si manifestano e possono essere percepiti solo così,gli strani sentieri notturni degli uomini.La verità di Trakl è come già osservato in passato,una mescolanza di coinvolgimenti che non hanno forma ma la danno. Così la poesia,se distinguibile spontaneamente,da forma ai discorsi e non si pone il problema di come nascono le parole e perchè si identifichino in un modo o in un altro.L'autenticità del divenire di una parola può essere tutto o niente allo stesso tempo.E' un concetto molto interessante sull'importanza della poesia,come mezzo di comunicazione,prima d'ogni altra funzione. Lode a Trakl.

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