venerdì 22 giugno 2012

FRANCESCO PALMIERI - DA: «È SOLO TERRA» - OTTO POESIE INEDITE




Francesco Palmieri (Altamura [Bari], 1953), docente di materie letterarie, vive nell’hinterland milanese. Nessuna opera finora edita, se si escludono alcuni interventi in un’antologia (LietoColle) e in una rivista letteraria (Historica). Palmieri è presente su facebook e in alcuni siti di poesia.

« Non posso negare il carattere filosofico del mio “fare poesia” e nemmeno l’esercizio di un’amplificazione del senso letterale (o tautologico) del linguaggio, il che significa essenzialmente aver cercato di riprodurre l’eco emozionale che caratterizza alcune cognizioni strutturali dell’essere e dell’esserci. Il tempo non è un’unità di misura, soltanto. La Storia non è divenire, soltanto. E l’umano non è testa-tronco-braccia-gambe, soltanto. Ed è in quel valore aggiunto, in quella violazione della tautologia che si annida il luogo-non luogo emozionale da cui il fare poesia attinge. In fondo la poesia è una didascalia interiore, a margine della ragione e della coscienza, non per niente spesso si evoca la “musicalità” (del verso), e altrettanto spesso le si affida l’arduo compito di dare forma e voce a quei tratti imponderabili del sentire che, senza la poesia, rimarrebbero l’indicibile, l’inaccessibile, l’ombra scura del discorso esplicito. Insomma… ci si prova a non far estinguere lo sconcerto dell’anima, ci si prova ad affermare e riaffermare che forse il mondo non è solo ciò che accade ma anche ciò che, pur accadendo, non si vede... ».
Francesco Palmieri.

Di questo Poeta e Scrittore ci siamo precedentemente occupati (si veda: FRANCESCO PALMIERI - TRE POESIE ,  FRANCESCO PALMIERI E LA PAROLA AMORE (A-2) -TRE POESIE  e  FRANCESCO PALMIERI (A-3) - SETTE POESIE ). 



AGGIORNAMENTO BIO-BIBLIOGRAFICO DEL 26 MARZO 2014: 

Nell’autunno del 2012, per i tipi de La Vita Felice,  il nostro Autore pubblica la raccolta poetica dal titolo “STUDI LIRICI (Solo parole d’amore)” [ la cui scheda descrittiva – che di seguito riportiamo – è visibile sul sito della casa editrice all’indirizzo: http://www.lavitafelice.it/scheda-libro/francesco-palmieri/studi-lirici-9788877994608-35202.html ]. 

 Non è facile parlare d’amore. E soprattutto è difficilissimo scrivere poesie d’amore. Non è facile dopo Prévert, Neruda, Salinas, Hikmet ed altri ancora. 
Ma l’amore non appartiene all’esclusivo sentire – per quanto raffinato – dei grandi poeti, l’amore non è circoscrivibile all’interno del linguaggio di poesie che pur hanno saputo toccare i vertici del sublime o la dimensione abissale e seduttiva della tragedia erotica; l’amore è un sentimento originario, primario, archetipico, che attraversa tutta la Storia umana, tanto è radicato a fondo in ogni uomo e donna; ed è per questa ontologia dell’amore che se ne è scritto, se ne scrive e, presumibilmente, se ne scriverà.
Gli «Studi lirici» si inseriscono idealmente in questa immaginaria filogenesi, forse con l’intento di testimoniare al presente, nell’ora e qui, come ancora oggi agisca, incida e funzioni la fisica e la metafisica dell’amore, quell’Eros così universalmente provato, vissuto e patito, seppure attraverso il filtro – e non potrebbe essere altrimenti – di un Io che vi si pone di fronte, armato unicamente di ascolto di sé e di parola. Non a caso il sottotitolo della silloge è «solo parole d’amore». 
[...] sono un percorso intimo-erotico che non solo pare indicizzare il divenire dilemmatico dell’amore, il suo doppio volto sublime/terrorizzante, ma hanno contestualmente una implicita funzione di catarsi, di necessario abbandono e poi liberazione nella e dalla conflittualità eros/pathos, una sorta di tentativo estremo di dire, raccontare l’esaltazione e la caduta quando Amore diventa il linguaggio fra un Io e un Tu. 






SCUOTO DALLE SPALLE (polvere di stelle)


Era la speranza ultima
quel mio rifugio dombra
(quellinfinito intorno
allombra del tuo seno)

aura per me,
il sottopasso estremo
laccesso terminale
a un sovramondo lieve
che pur doveva essere

se già io lo sentivo

(ma è ora lassedio della carne,
quello scadere certo
di chi è consumazione,
il tempo che sacquatta
con artigli dentro agli anni,
un predatore immobile
con gli occhi fissi al bozzolo,
al passero di nido
che spande ali nuove).

Ed ora io lo so
che già è stata grazia
laver trascorso giorni
ad aspettare un cielo

che poi non è venuto.

(Che sia solo l attesa
il farsi del miracolo
qui sul pianeta terra?)







ULTIME LEZIONI DALLESISTERE


Per quanti tempi lunghi
ho sognato
che avrei visto anchio
lal di là del mare...

(...un mare
che non sarebbe stato questo mare
ma tempospazio e folgore,
un altra portacielo allimprovviso aperta.

Per me.

E sono stato bambino,
secoli,
pure se crescevano
anni fra i capelli.)

Sarei sopravvissuto
(io lo speravo)
almeno fino al giorno del Giudizio
e già allindomani
non più anni da contare
ma solo tempo avanti
che avrei chiamato eterno.

Adesso me ne sto alla finestra
e guardo il sole tondo
che piega nel tramonto,

adesso io lo so
che non può quiete il vivere

piuttosto qualche tregua.





DELLIMPOTENZA


Sono furia
che non muove foglia,
pure se voglio.

Perché io solo immagine
la somiglianza
un riflesso bastardo
che non è dio
e uomo nemmeno.

E sto senza cielo,
straniero qui a terra,
indeciso
se sia vivere questo
o soltanto un morire
che accade da tempo.





LAMORE E ME


Stasera
non ti penserò.

Guarderò la televisione,
magari un film damore.

E sarà quella
tutta la nostra storia. 





SOPRAVVIVENZE INSTABILI


Avevo tra le mani

colori
e fogli,

caselle da colmare
e spazi da colorare,
puntini da intrecciare
perché apparisse in volo
un galoppo dunicorno
e fate tutte nude
con spalle di farfalla

(e quanti giorni in fila
senza mai la parola fine?).

Ora qualche macchia
che sfrego nel lavello

resiste appena appena
nelle giornate buone

e poi è solo sporco
che non si lava via.





SE IL CIELO RESTA MUTO


Non ho più preghiere
da offrire in olocausto.

Non ho più preghiere.

Sia pure interminata
ogni bufera, vento,
tempesta che ci squassa

ed io uno dei tanti
lasciati alla tormenta.

Eppure dio lho chiamato, io,
fermandomi nel banco
a messa già finita

e il segno lho aspettato,
magari solo il nome
o la risposta breve
di un sì dietro alle spalle.

Ma se non cè soccorso
a stragi da macello,
come può darsi in cielo
un tramestio di passi
a me che busso piano.

Anzi, non busso più.





VIAGGIANDO IL VIVERE


Non voglio fermarmi troppo
in una città, un paese,
mettere radici in un quartiere, casa.
Non voglio lasciare al tempo
che ragazze in fiore
trascorrano in signore dai capelli tinti
la bocca troppo rossa ad intristire gli anni.

Voglio un tempo breve,
giusto quando il tempo è nettare
e poi partire,
portare dentro agli occhi una stagione ferma,
la pausa di un eterno
che mai avrà una croce.





PRESA DATTO


Ci si deve far bastare
il luccichio dal cascame,
dal cumulo di foglie
cadute da un altrove

(e non dico il cielo
o altro spazio aggiunto
ma un attimo feriale
che speri volga al meglio).

Ci si deve abituare
a recitare addii,
a sentire i saluti
dei passi morituri

(e non guardare indietro
scrostare ogni ricordo
il peso che zavorra
ancora qualche rosa).

Si deve infine stare
su questo rasoterra,
viaggiare su binari
in piano orizzontale,
lasciare ogni cielo
allalzo di ali vere

(eppure
io lo so
che a volte è inevitabile
linsorgere di violini
in scoppio in fondo al mare).







Nota dellAutore: 
Gli otto testi qui presentati  sono tratti dalla mia terza raccolta (inedita) «È solo terra». 
                                                                                                 F. P. 

















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5 commenti:

  1. Quella che, nella Poesia di Francesco Palmieri, a me poteva inizialmente apparire come una reiterata continua richiesta di senso e di significato da dare alla vita, e a un esserci dagli echi ancora heideggeriani, mi appare ora come la necessaria "mise en abyme" di sensi e significati che vanno destrutturati e, in un certo senso, riconquistati a nuova esistenza e nuova essenza. Ma quella di Francesco è stata ed è ancora, io credo, una "descente aux enfers". E dal profondo degli inferi in cui il Poeta ancora si trova egli ci pone le sue assillanti domande, come a fidare nel fatto che la non risposta possa trasformarsi, lungo l'inevitabile perigliosa risalita, e dare infine una inattesa soluzione "esterna" alla dannazione cartesiana del "cogito", una risposta "altra" cui però tutto improvvisamente finisce per aderire, identificarsi, corrispondere. Una Poesia che tace la Speranza, ma come un sacro divieto, come un rito che rende più forte e possente l'Ente il cui nome mai va pronunciato.

    Antonino Caponnetto

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  2. Meravigliosi testi. Ci sono caduta dentro con tutti i piedi. Complimenti

    Federica Galetto

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  3. "...io solo immagine/ un riflesso bastardo/ che non è dio/ e uomo nemmeno" Si avverte qui come altrove in queste poesie, la frustrante condizione dell' uomo, capace di alti voli di pensiero e costretto a rimanere raso terra. La "Presa d'atto" finale è una virile accettazione dei propri limiti . La "resa" appare più accorata nella poesia "Se il cielo resta muto" Non c' è nessun dio che ci ascolti e ci salvi da noi stessi, dalla nostra natura violenta. Il miracolo è forse solo "l' attesa ", la speranza.... Ti ringrazio Antonino, per avermi offerto questa interessante lettura.

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  4. C'è una rassegnazione di fondo. Un lento divenire di circostanze mentali,che spogliano la speranza dai suoi luoghi comuni.
    "Si deve stare su questo rasoterra",prevalere sulla metamorfosi delle persone,la noia dei luoghi,ed è in tutto questo che si leva una tenue volontà di fede ibrida ma sincera.Così,"si viaggia il vivere",facendosi bastare le stagioni e gli adii.

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  5. Una scrittura che emana schiettezza, talvolta estrema, mi ha colpito molto "Dell'impotenza", la trovo di una bellezza disarmante, specialmente "Sono furia/che non muove foglia,/pure se voglio./Perché io solo immagine/
    la somiglianza/un riflesso bastardo/che non è dio/e uomo nemmeno."

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