martedì 1 maggio 2012

SEBASTIANO A. PATANE' - QUATTRO POESIE INEDITE














Sebastiano A. Patanè, nasce a Catania nel 1953 sotto l’acquario di febbraio. Fin da giovanissimo coltiva la passione delle lettere che comincerà a sviluppare con impegno negli anni ‘80 quando fonda il centro culturale e d’arte “Nuova Arcadia”, salotto di poesia e sede di numerosi reading. Presente in diverse riviste ed antologie nazionali ed internazionali del periodo, alla fine degli anni '80, primi '90, dopo la separazione dalla moglie, abbandona la scrittura e comincia a viaggiare per il mondo. Quindici anni dopo, nel 2008, riprende a scrivere con l’intenzione di non smettere più. 



Sue poesie sono rintracciabili su diversi autorevoli blog tra cui Poetarum SilvaLa stanza di Nightingale, Larosainpiù, Il giardino dei poeti e Neobar. Nel 2010 la Clepsydra Edizioni di Anila Resuli ha pubblicato “Poesie dell’assenza” in E-book. 




O meu Fado


Dichiara la sconfitta 
questo sistema di cuori
dal pulsare strano

Invento anacronismi
per via del saldatore...
suturare, chiudere!

Ma ecco o Fado
s’arriccia tra le fibre
taglia le linee del sale
righe separatrici delle attese 
e cestinate longitudini

Ah meu Fado, meu sonho!

Fado curvo, dilatato
mille volte richiamato
nel calcolo probabile
delle geometrie ebraiche
di cerchi e corridoi

Fado contratto in una danza
esteso al  decimale
o terso lago di Ofelia
grido ovattato di convinto
riposo

meu Fado, meu sonho
o meu... sonho

Percepito in grani nel Rosario
confuso di falangi
e di frange di neri scialli mi vesto
Fado meu ricamando di perline
il nuovo cielo non ancora buio

Fado essiccato nei roghi
di tutte le Giovanna
e ritrovato nei ritratti seppia e graffi
o nella processione al martire

Ritorni di eco zoppicanti
presi in prestito al giallo delle foglie
rese alla terra prima di morire

e nell’incognita del dopo
l’arrogante scena di coraggio
di chi non sa rispondere piangendo

Fado meu… sonho meu  




Il patriarca di Helsinki (che mi parlò senza voce)


Si estende dalle mani al cuore
l'ordine cosmico essenziale,
dal numero al fango alla gemma...
parola e pianto e sorriso
ciascuna ruga rifugio d'un pensiero

Può essere l’altare che ci inganna
o i sontuosi ori delle volte sopra gli occhi
ma chiusa la porta esplode l’anima-radura
convivio di anime che attendono risposte
appese alle grate apostoliche e molto romane

Ah padre mio! 
come può un'assenza essere piena
di vesti e copricapi e nulla è presente
se nulla rimane persino a concezione
se non la vaga risonanza di una voce
disciolta nel brusio di giorni senza quell'ordine?

E a questo mio corpo di pane
così simile alla morte, così scioccamente effimero
così stupidamente refrattario, 
che avrebbe potuto espandersi anche tra le meraviglie 
di un centro commerciale...
(oh si! avrebbe potuto ma ha preferito marcire
tra un portacipria ed una pistola)
a questo corpo, cosa rispondiamo?



Il cavaliere crociato (Stupor mundi) 


Occhi nel vento
corazza arrugginita
non c'è menzogna 
che mi riporti a casa

(L'uomoceronte vecchio di secoli
è appeso all'albero 
presso le mura di Gerusalemme
sotto l'immane peso della miseria)

Non c'è paura 
che mi riporti indietro
nei gusci clericali
o sotto gli stendardi uterini

e l'inquisitore revoca distanze
scandendo oscene verità
Che sarà mai la croce
se non il vessillo giustificatore

di tanta morte. Vergogna,
crudele sazietà, elusa pietà,
mantide laica modificata,
inutile dogma rinascimentale.

Troverò
dal bosco al traliccio
un prete cambogiano
che mi darà da bere

L'arco del cielo è chiuso da tempo. Già sapevo della menzogna ma ho voluto sperare una volta 
ancora che dall'abisso dell'anima venisse fuori la tolleranza e dall'immenso esterno, l'intelligenza.



Giraluna 


c'è questa finestra satura di paesaggi

e di lune non più lune
di saccheggi pletorici
nell’incesto uomo-poeta

La libertà, sì!
quella delle mosche
che riescono a sfuggire 
al martirio della fionda
ma niente plenilunio
per chi cerca ancora
le anfore nel giardino

Devo seguire una tiroide
o i flussi a vita bassa?

Devo seguire l'architrave gotica
e giù per gli artesiani ingurgiti
di occhi nella scollatura...

c'è una finestra satura di niente

dietro me



Gaza 


Sciogli i capelli Maddalena 
sugli orologi esausti del martirio, 
puntella bene il tuo grande cielo 
e piangi sulla tua carne incandescente 
la dura reliquia che mi trafisse. 

Gaza è verme senza pietra, 
colata di rame vecchio senza luce, 
una fila di padri secchi senza semi 
con i rami rivolti a un dio confuso, 
stordito dai cannoni. 

Piangi Maria sul pioppo: 
uccisero me, che pietà può esserci 
nelle correnti semite! 
Macerie di carne diventano 
incomprensibile business








9 commenti:

  1. Non so nulla dei viaggi di Sebastiano per il mondo. Tuttavia non credo sia casuale che, aperto il sipario, subito si incontri "O meu Fado", "il mio Fado", che è il canto malinconico dell'anima lusitana, o se vogliamo tradurre così, "Il mio destino", che è "desìo" intriso di nostalgie per avvenimenti trascorsi o futuri... Che è sogno, "il mio... sogno", dice il poeta... E il reale? Quella realitas così vuota di senso che ha tuttavia mille nomi ad evocarla... E' "o Fado", "o sonho" a revocarla, a farne chiaro l'inutile clamore, a vincerla e a donarsi incontrastato, a lenire la celata malinconia del poeta. Del resto, quest'ultimo non si limita certo ad enumerare le maschere del nulla, ma anzi col suo ironico amaro lieve tocco, quelle maschere lacera, a mostrare i bisogni dello spirito, che si fanno concreti nella domanda: "a questo corpo, cosa rispondiamo?". O nella consapevolezza di una speranza che vive nonostante, espressa nei due lunghi versi a chiosa di "Il Patriarca di Helsinki". Perché il poeta non può creare un ottimismo su commissione, ma cercare ancora il vero volto del reale. E se, rivelandosi al lettore, dice: "c'è una finestra satura di niente // dietro di me", allora, per parafrasare Dylan Thomas, egli non fa altro che esercitare il suo mestiere o arte, anche fino a morirne ("Piangi Maria sul pioppo: / uccisero me..."). E proprio là dove il senso dell'assurdo è più spaventoso "Macerie di carne diventano / incomprensibile business"... Concludo qui, ammettendo che - a una prima occhiata - avevo pensato a T. S. Eliot, per il quale la Poesia serve a nascondere, ma leggendo con attenzione i versi di Sebastiano A. Patanè, mi sono ritrovato come quel filosofo a cui le Categorie si sono completamente e proditoriamente capovolte. Questo per me è un motivo serio e profondo per dire grazie a Sebastiano e per auspicare che l'onore concessomi si possa almeno ripetere.

    Antonino Caponnetto

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    1. Devo dire che mi spiazza e commuove questa tua analisi, Antonino. Spiazza perché sei così ben entrato nella mia argomentazione(come se ne avessimo già parlato) che, in genere non viene del tutto svelata con facilità; mi commuove perché hai scelto "O meu Fado", testo che ritengo chiave di lettura di tutti i testi di quel
      periodo. Hai reso chiari alcuni concetti nascosti come quella "realitas" vuota, che in tutti i modi provo a riempire e/o mascherare con svariate, appunto, maschere. Il fatto è che tutta questa realtà mi sembra un immenso cratere svuotato ed ormai occupato dalla ipocrisia, dalla violenza, dall'ignoranza mentre la vera immagine dell'uomo non può che guardare dal bordo qualcosa che non avrà più.
      La speranza di un possibile rientro nelle "categorie" che tu noti nei lunghi versi finali del "Cavaliere crociato" attraverso la voce del Barbarossa, rimane comunque una flebile speranza che chissà di quanti secoli ancora avrà bisogno per rimarginare le ferite.
      Grazie Antonino per L'ospitalità e per la tua generosa disponibilità. Sono davvero contento di tutto questo.

      Sebastiano A. Patanè

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  2. Sempre interessanti le letture che ci proponi di poeti moderni. Rilevo in questi versi l' amaro bisogno , sempre deluso, di una fede: nell' uomo, in un dio, che tuttavia rimane assenza, "vaga risonanza di una voce/ disciolta nel brusio dei giorni..." . Un sentimento oggi comune a molti

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    1. Grazie Aurora per questo tuo importante intervento. Purtroppo, oggi, quella spirituale è la vera, grande assenza e vorrei davvero che non fosse così.
      Grazie tantissime

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  3. Sebastiano è un poeta che seguo da tempo in diversi blog. Quello che sorprende della sua scrittura è la nitidezza delle immagini e la versatilità del verso ora limpido, ora metaforico, ma sempre pieno di suggestioni e di un sentire civile G.S.

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    1. Giancarlo, una cosa che amo è l'empatia tra noi scribacchini, questo scrutarsi senza secondi fini, lontano da invidie e maliziose "letture"...
      Questo "seguirsi" è reciproco anche se il tempo che rimane è sempre poco per dare maggiore evidenza alla passione che non deve essere solo scrivere, ma anche e soprattutto leggere, perché è cosi che ci si arricchisce e si cresce. Grazie amico mio per la tua presenza, grazie veramente.

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  4. c'è una bellezza nei versi di Sebastiano A. Patanè che risuona come eco, rivoltando ricordi ed immagini di luoghi e contesti che fanno da spartiacque tra il mondo reale e quello emotivo. Una poesia, la sua, da cucirsi a punto croce sul cuore.

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    1. Non è possibile, Alessia, che la bellezza sia in te lettore che diventi cassa di risonanza e allarghi a dismisura i confini della poesia?
      Io dico si! Dico che la poesia appena scritta è tua appartenenza e tu, Alessia lettore, la rendi viva dichiarandolo. Grazie per aver fatto tue le mie parole, adorabile poetessa!

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  5. Buongiorno, gradirei poter sapere come si fa per pubblicare in questo blog: modalità e quant'altro. Grazie
    umberto-37@hotmail.it

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