lunedì 21 maggio 2012

SEBASTIANO A. PATANE' LEGGE "NICA" DI NINO MARTOGLIO





Sebastiano A. Patanè, nasce a Catania nel 1953 sotto l’acquario di febbraio. Fin da giovanissimo coltiva la passione delle lettere che comincerà a sviluppare con impegno negli anni ‘80 quando fonda il centro culturale e d’arte “Nuova Arcadia”, salotto di poesia e sede di numerosi reading. Presente in diverse riviste ed antologie nazionali ed internazionali del periodo, alla fine degli anni ’80, primi ’90, dopo la separazione dalla moglie, abbandona la scrittura e comincia a viaggiare per il mondo. Quindici anni dopo, nel 2008, riprende a scrivere con l’intenzione di non smettere più. 

Sue poesie sono rintracciabili su diversi autorevoli blog tra cui Poetarum SilvaLa stanza di NightingaleLarosainpiùIl giardino dei poeti e Neobar. Nel 2010 la Clepsydra Edizioni di Anila Resuli ha pubblicato “Poesie dell’assenza” in E-book. 




Nato a Belpasso (Catania) nel 1870, morto a Catania nel 1921, Nino Martoglio esordì nel giornalismo a soli diciannove anni, pubblicando a Catania il settimanale politico-letterario-umoristico Il D’Artagnan, interamente ideato e scritto da lui e dove cominciò a pubblicare i suoi versi, apprezzati anche da Carducci.
Nel 1901 iniziò a dedicarsi al teatro, nel tentativo di riproporre il teatro dialettale siciliano alle platee di tutta Italia. Fondò e diresse la Compagnia drammatica siciliana, compagnia teatrale con la quale nell’aprile del 1903 debuttò al Teatro Manzoni di Milano. San Giuvanni decullatu (1908) e L’aria del continente (1910) rappresentano alcune delle opere più famose della sua attività.
La sua maggiore opera, Centona, raccoglie il meglio delle sue poesie. È interamente scritta in siciliano ed è dedicata alla sua Sicilia, che con le sue rime, a volte amare a volte dolcissime, egli seppe dipingere con scene di vita e di costume di incomparabile bellezza. 





Avvertenze: 
1) Nella lingua siciliana (non più un dialetto come si voleva ritenere, ai tempi di Martoglio e oltre) il termine nica sta a significare piccola, minuta, bimba e tutti i possibili conseguenti sinonimi. È un termine bisillabo che sembra (a chi scrive) avere a che fare con le due parole spagnole niña e chica, quasi sinonimiche e contenenti ancor oggi tutti i significati di nica, che in questo testo poetico di Martoglio si fa nome proprio di persona; 
2) Il testo originale in siciliano è tratto da Nino Martoglio, Centona: raccolta completa di poesie siciliane, con l’aggiunta di alcuni componimenti inediti e di una nuova prefazione di Luigi Pirandello, Niccolò Giannotta, Catania, 1948; 
3) La lettura di “Nica” da parte di Sebastiano A. Patanè è, insieme alla sua registrazione in video, del 20 maggio 2012; 
4) La traduzione in italiano del testo originale, qui posta - per ragioni di opportunità - in precedenza rispetto all’originale stesso, è di Antonino Caponnetto.





NICA

Io t’ho amata, tiranna, e son pentito;
pentito dell’amore che ti ho dato;
ti ho dato con sospiri – e fu perduto! –;
perso, per il tuo cuore tanto ingrato!
Ingrato è il cuore tuo, che restò muto;
muto perch’è di marmo, raggelato;
raggelato, ché a me non porse aiuto;
aiuto che speravo e fui ingannato!


I.

Eri piccina e quando t’incontrai
da tanto tempo già ti conoscevo,
ché fin da bimbo, con la fantasia,
tale e quale così t’immaginai.

Che cosa ho fatto nella vita mia
Finché a te non mi sono accompagnato?
Io non ti dico, no, che non ho amato,
perché non voglio dire la bugia.

Ho amato, troppo amato, ma a distanza,
dentro il mio cielo, lindo o nuvoloso,
sempre t’ho vista, e sempre più graziosa.

Perché, quando mi sei venuta accanto,
perché appena hai assunto forma umana,
Ha tremato il mio cuore, spaventato?


II.

Dopo averti chiamata con diversi
nomi gentili e dai dolci sapori,
nomi richiesti a prestito dai santi,
rubati alle farfalle e a molti fiori,

un giorno in cui il mio cuore era festante,
in questo nostro magico dialetto,
ho colto il nome vero il più galante:
Nica, Nicuccia mia, Nica d’amore!

E Nica eri per me... Nome toccante,
oh, nome antico, nome di dolore,
quante pene mi costi e quali pianti!

Ancora, ancora, abbandonato amante,
ti penso, nome dolce e traditore,
e ti consacro qua, dentro i miei canti!


III.

Voi, femmine curiose: maritate,
vedove, schiette, vecchie o giovinette;
uomini maldicenti, abituati
a fare con la lingua cuci e scuci;

se fra i miei versi tutti voi cercate
il nome suo, se ne siete curiosi,
potete ben far conto di restare
con gli occhi secchi e le lingue allappate.

Tutti i tormenti ci ritroverete
che lei m’ha dato e tutte le carezze;
ci troverete gli occhi suoi lucenti,

i suoi vezzeggi ed i suoi tradimenti;
ma quel suo nome pieno di dolcezze,
 io non metterò mai in bocca alla gente!


IV.

Ho nel midollo della testa mia
come una folla fitta di pensieri,
che s’attorciglia e forma una tempesta,
vampando il fuoco di cento bracieri.

Ora ti credo vile ed ora onesta,
ora il tuo dire tengo per sincero,
ora all’orecchio, una voce molesta,
mi dice che tu fingi per mestiere.

E mentre ti vorrei portar disprezzo
so che senza il tuo alito odoroso
a questo mondo io non potrei vivere.

E torno mogio mogio ed implorante
per rimanerti accanto  e per baciare
i tuoi occhietti e le tue belle labbra.


V.

No, no, sta’ zitta, Nica non parlare...
Lo so, sì, lo so bene chi tu sei,
ed io te lo domando, sai perché?
Perché mi piace far che tu mi inganni.

E ingannami, che vuoi, sono così...
se ti confessi, poi, che t’ho da fare?
Femmina traditrice non può amarsi,
e senza amarti, io che faccio, che?...

..... No... parla, è meglio, non dir più bugia:
confessati: peccato confessato,
si suole dire, è mezzo perdonato...

Io ti perdono... parla, Nica mia,
contami tutto... fallo, per piacere...
...... Aspetta, Nica!... No!... Non me lo dire!...


VI.

Ah, se sapessi, tu, quali nottate
io passo in questo letto sconsolato!
Guardo nel buio con gli occhi sbarrati,
per il dolore mi si secca il fiato.

E le tempie mi battono sudate,
il cuore, me lo sento sradicato;
sento tutti i rumori delle strade,
ogni rumore fatto dai vicini...

Oh, se sapessi tu che eternità
è un’ora che trascorro in questo stato!...
Penso quando abbracciati dormivamo,

a quelle notti penso... Le hai scordate!
E penso, con i miei denti serrati,
c’ora t’abbraccia un altro innamorato!


VII.

Nica, sei stata sciocca: m’hai lasciato
credendo che a te tutto avessi dato,
e tutto quel che tengo conservato
ancora tuo non è, ce l’hai rimesso...

Quante carezze che non hai provate!
Quanti piaceri pieni di contrasti!...
Che sciocca sei, perché tu m’hai lasciato,
se il sacco mio non era ancor svuotato?

Son capace di dare certi baci,
sopra la nuca, accosto ai bei capelli,
che fan vibrar le carni come stelle...

E so incantare, solo che m’affacci
dentro gli occhietti delle belle... E so...
Nica!... chi guardi, con quegli occhi freddi?!...


VIII.

Ascoltami, e ti dico la tua sorte:
ho un coltello che è come un rasoio,
lungo e lucente, con la punta forte,
e notte e giorno l’affilo, l’affilo...

Con quel coltello devo darti morte,
con quel coltello devo farti un foro
in mezzo al petto e poi, l’ugne contorte,
devo strapparti il cuore... e mi consolo!

Dentro una grotta, dietro sette porte
serbo un fiaschetto con del vetriolo:
devo gettarlo in questi che tu porti,

occhi di maga, pupille turchine;
devo farti più brutta della morte,
allora sarò pago, e mi consolerò!

IX.

Tu non gioirne, cuore traditore,
ché non sono per te queste canzoni;
tu non sei donna che meriti amore,
tu femmina non sei di poesia.

Canto sopra una morta, sopra un fiore
Che ormai nel fango emana il suo fetore,
e canto il suo profumo antico e grato,
non il lezzo ora sparso per la via.

Canto la Nica scesa giù dai celi,
che mi voleva bene senza inganni,
e aveva nel suo dolce petto il miele.

Canto la Nica santa – lei, beata! –
A cantare per te, io mi vergogno,
non canto, no, per te, canto per quella!







NICA

T’amai, tiranna, e sugnu già pintutu;
pintutu, di ss’amuri a tia purtatu;
purtatu ccu suspiri – e fu pirdutu! –;
pirdutu, ppi ’ssu cori accussì ’ngratu!
’Ngratu è lu cori tò, ca ristò mutu;
mutu pirch’è di marmuru, agghiazzatu;
agghiazzatu, chi a mia non desi ajutu;
ajutu, ca spirava e fui ’ngannatu!


I.

Eri nicuzza e quannu ti ’ncuntrai
da tantu tempu già ti canuscia,
pirchì a di nicu, ccu la fantasia,
tali e quali accussì ti ’mmaginai.

Chi cosa fici ’ntra la vita mia
pp’ansina ca ccu tia m’accumpagnai?
Ju non ti dicu, no, chi non amai,
pirchì non vogghiu diri la bugia.

Amai, sì, troppu amai, ma a la luntana,
’ntra lu me’ celu, limpiu o annuvulatu,
ti vitti sempri, e sempri chiù bagiana.

Pirchì, quannu vinisti a lu me’ latu,
pirchì quannu pigghiasti forma umana,
trimò lu cori miu tuttu scantatu?


II.

Doppu chi ti chiamai cu tanti e tanti
nomi gintili e duci di sapuri,
addimannati in prestitu a li santi,
arrubbati a li pùddiri e a li ciuri,

’n jornu, ca lu me’ cori era fistanti,
’ntra ’stu dialettu nostru ammagaturi,
truvai lu veru nomu chiù galanti:
Nica, Nicuzza mia, Nica d’amuri!

E Nica, ti chiamai... Nomu tuccanti,
oh, nomu anticu, nomu di duluri,
quantu peni mi costi e quali chianti!

Ancora, ancora, abbannunatu amanti,
ti pensu, nomu duci e tradituri,
e ti cunsacru cca, ’ntra li me’ canti!


III.

Fimmini ’ntricalori: maritati,
viduvi o schetti, ’ncrepiti o carusi;
omini furficiara, abituati
a fari cu la lingua scusi scusi;

si ’mmenzu a li me’ versi vui circati
lu nomu d’idda e siti curiusi,
putiti fari cuntu ca ristati
ccu l’occhi sicchi e li lingui lappusi.

Ci truviriti tutti li turmenti
ch’idda m’ha datu e tutti li carizzi;
ci truviriti l’occhi so’ lucenti,

li so’ ’mmizzigghi e li so’ tradimenti;
ma lu so’ nomu, chinu di ducizzi,
ju nun lu mettu ’nvucca di la genti!


IV.

Haju dintra lu civu di la testa
comu ’na fudda fitta di pinseri,
c’arrifulìa e forma ’na timpesta,
sbampannu focu di centu braceri.

Ora ti cridu vili ed ora onesta,
ora li ditti to’ cridu sinceri,
ora all’oricchia, ’na vuci mulesta,
mi dici ca tu fingi pri misteri.

E mentri ti vulissi disprizzari
sentu ca senza ’ss’alitu odurusu
ju ’ntra ’stu munnu non putría campari.

E tornu côtu côtu e pïatusu
pri stáriti a lu cantu e pri vasari
’ss’ucchiuzzi e ’ssu mussiddu giniusu.


V.

No, statti muta, Nica non parrari...
lu sacciu, sì, lu sacciu tu cu’ si’,
ed iu ti lu dimannu, sai pirchì?
Pirchì mi piaci fárimi ’ngannari.

Sì, ’ngannami, chi voi, sugnu accussì...
si ti cunfessi, poi, chi t’haju a fari?
Fimmina traditura ’un si po’ amari,
e senza amari a tia, chi fazzu, chi?...

..... No... megghiu parri, ’un diri chiù bugia:
cunfessiti: piccatu cunfissatu,
si soli diri, è menzu pirdunatu...

Ju ti pirdunu... parra, Nica mia,
cùntami tuttu... fammi ’stu piaciri...
...... Aspetta, Nica!... No!... Non mi lu diri!...


VI.

Ah, si sapissi, tu, quali nuttati
ju passu ’ntra ’stu lettu scunsulatu!
Guardu lu scuru cu l’occhi sbarrati,
pri lu duluri mi sicca lu ciatu.

Li tèmpii mi sbattunu sudati,
lu cori mi lu sentu sdradicatu;
sentu tutti li scrùsci di li strati,
ogni rumuri di lu vicinatu...

Oh, si sapissi, tu, chi eternitati
è un’ura ca ju passu ’ntra ’stu statu!...
Pensu quannu durmèvamu abbrazzati,

pensu a ’ddi notti... e tu ti l’ha’ scurdatu!
E pensu, ccu li denti ’nsirragghiati,
c’ora si’ ’nvrazza a ’n’autru ’nnamuratu!


VII.

Nica, tu fusti babba: mi lassasti
cridennu ca ju tuttu t’avìa datu,
e tuttu chiddu chi tegnu sarvatu
ancora non è tò, e ci l’appizzasti...

Quantu carizzi chi non hai pruvatu!
Quantu piaciri chini di cuntrasti!...
Babba chi si’, pirchì m’abbannunasti,
si lu me’ saccu ’n’era sbacantatu?

Ju sacciu dari certi vasuneddi,
supra lu coddu, accostu a li capiddi,
chi fannu li carnuzzi stiddi stiddi...

Sacciu ’ncantari sulu ca m’affacciu
dintra l’ucchiuzzi di li beddi... Sacciu...
Ma, Nica!... A cu’ talii, ccu ’ss’occhi friddi?!...


VIII.

Sèntimi, ca ti dicu la tò sorti:
Haju un cuteddu ch’è comu un rasolu,
longu e lucenti, ccu la punta forti,
e notti e jornu l’ammolu, l’ammolu...

Ccu ’stu cuteddu t’ha’ dari la morti,
ccu stu cuteddu t’ha’ fari un cafolu
’mmenzu lu pettu e po’ ccu l’ugna storti
t’ha scippari lu cori... e mi cunsolu!

Dintra ’na grutta, arreri setti porti
tegnu un ciaschittu ccu lu vitriolu:
ti l’ha’ jttari ’ntra chissi ca porti,

occhi di maga, pupiddi d’azzolu;
t’haju a fari chiù brutta di la morti,
tannu mi tegnu, tannu mi cunsolu!

IX.

Non ti prïari, cori tradituri,
ca ’sti canzuni non sunnu pri tia;
tu non si’ donna ca meriti amuri,
tu fimmina non si’ di puisia.

Cantu supra ’na morta, supra un ciuri
c’ora ’ntra la limarra scarfitìa,
e cantu lu so’ anticu e gratu oduri,
non mai lu fetu, c’ora fa pri via.

Cantu ’dda Nica scisa di li celi,
ca beni mi vulìa senza minzogna,
e dintra lu pittuzzu avìa lu meli.

Cantu ’dda Nica santa – miatidda! –
A cantari pri tia sentu vriogna
e... non ci cantu, no, cantu pri chidda!







4 commenti:

  1. Fare questo post, partendo dalla dedica amicale di un video in cui la voce di Sebastiano A. Patanè recita una poesia in lingua siciliana, è stata una gioia intensa, ma anche un gioco. Un gioco a ritrovarsi in suoni e voci che sono alla radice di ogni successivo apprendimento linguistico, di ogni successiva esperienza e avventura. La poesia è: "Nica", di Nino Martoglio. Lo leggevo da ragazzo e sono tutt'ora in grado di recitarne a memoria alcuni testi fondamentali. Ma non potrei comunque confrontarmi con la pudica maestria di Sebastiano, che - così io credo - vive la poesia come un'esperienza che è totale, un'avventura in cui non c'è distinzione alcuna fra il dire e il fare appunto poesia, o musica o altra arte, perché la vita stessa è una assai complessa forma d'arte. Gli sono grato di avermi dedicato questo suo Martoglio così giusto all'Oblivion di Piazzolla, e ribadisco un grazie che devo aver già detto.

    Antonino Caponnetto

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  2. questo siciliano orientale che è vicino al salentino e prende tutta una fascia di terre che nobilita quella che è una grande lingua e non un dialetto locale, lingua bellissima musicale intensa nei suoni e nei toni, e Seba è stupefacente nel timbro e nei tempi della lettura. Favoloso! Esagero? no no no.... Giancarlo

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  3. Io sono contento per tutto questo, felice di aver dedicato ad un mio concittadino, che vive lontano dalla sua terra,
    questo brano che da sempre mi mette la pelle d'oca, e felice che questo dono sia stato così tanto apprezzato dallo stesso. Antonino è un amico di quelli che è bello avere, perché è scambio, condivisione e stima!
    Grazie per tutto Antonino e grazie di cuore a Giancarlo, sempre presente e generoso, che riesce ad allargare la passione fino a farla diventare lingua comune... bello veramente. Grazie davvero!
    Sebastiano

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  4. Grande memoria commovente !
    Bravissimo Seb , complimenti


    Maria Grazia

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