domenica 6 maggio 2012

IZET SARAJLIĆ - PRIMA PARTE - CINQUE POESIE



Izet Sarajlić con Erri de Luca


Izet Sarajlić nato a Doboj, Bosnia settentrionale, nel 1930, è scomparso a Sarajevo il 2 maggio del 2002. Laureato in lettere alla facoltà di filosofia di Sarajevo, inizia a scrivere nel primo dopoguerra. Nel 1954, fonda il "Gruppo 54" che dà inizio alle nuove correnti di poesia moderna in Bosnia-Erzegovina. Negli anni '60 e '70, anima diversi gruppi di poeti ed edizioni di poesia. Tra il 1962 e il 1972 si occupa del festival "Giornate poetiche di Sarajevo". Dopo il primo libro di poesie (1949), pubblica "Grigio week-end" considerato pietra miliare per la giovane poesia jugoslava. È autore di una trentina di raccolte poetiche e di una autobiografia (1975). È considerato unanimemente uno dei principali poeti del Novecento ed è il più tradotto poeta di tutti i tempi dalla lingua serbo-croata (da autori come Brodskij, Evtušhenko, Hans Magnus Enzensberger, Roberto Retamar, Charles Simić e altri ancora). È stato il poeta testimone di una grande tragedia: la guerra di Bosnia e l’assedio di Sarajevo e la grande voce della Sarajevo città martire dalla quale si è rifiutato di fuggire. Nella guerra ha perso le sorelle Nina e Raza, e subito dopo la guerra, la moglie, provata dagli stenti e dalle ristrettezze. Di famiglia musulmana, membro del "Circolo 99" di Sarajevo, sposato con una cattolica, con un genero di religione ortodossa, ha lottato per il mantenimento di quella cultura laica della pluralità e della convivenza, che è l’eredità storica della Bosnia-Erzegovina. È stato amico fraterno di Alfonso Gatto (la sorella Raza, nota italianista aveva tradotto in serbocroato Gatto e tanti altri scrittori italiani: Morante, Rodari, ecc.).

Una corrispondenza con il poeta salernitano è stata presentata nel corso dei seminari collaterali a "Verba Volant. Incontri internazionali di poesia" (1997).
Ha aderito con entusiasmo al progetto Casa della poesia diventando Presidente onorario del Comitato scientifico e ha preso parte a diversi Incontri internazionali di poesia organizzati da Multimedia Edizioni / Casa della poesia ("Verba Volant", "Lo spirito dei luoghi", "Napolipoesia", "Parole di Mare", "Il Cammino delle comete", "Poesia contro la guerra", "Sidaja"). Per questi suoi antichi e recenti legami con la città di Salerno ha ricevuto la cittadinanza onoraria che purtroppo non ha fatto in tempo a ritirare. Ha ricevuto premi e riconoscimenti in tutto il mondo, in Italia il Premio Moravia 2001, per la raccolta "Qualcuno ha suonato", pubblicata dalla Multimedia Edizioni, amorevolmente tradotta dai cari amici Sinan Gudžević e Raffaella Marzano. Ha intrattenuto un epistolario con Erri De Luca, che ha anche scritto una prefazione al libro "Qualcuno ha suonato".
Nell’ottobre 2002 è stata organizzata a sua nome la prima edizione degli "Incontri internazionali di poesia di Sarajevo" sempre curati dalla Multimedia Edizioni / Casa della poesia e nel giugno 2003 un grande evento a Salerno per ricordare il grande poeta sarajevese ora anche un po' salernitano. Da allora, ogni anno, in suo ricordo, a Sarajevo, vengono organizzati gli "Incontri internazionali di poesia". 


Fonti
   -per la foto: http://www.casadellapoesia.org/cm/showfiles.php/poeti/sarajli-izet/izet-sarajlic-4.jpg
   -per la biografia: http://www.casadellapoesia.org/poeti/sarajli-izet/biografia 

AVVERTENZA: Le poesie qui presentate sono tratte dal libro Izet Sarajlić, CHI HA FATTO IL TURNO DI NOTTE, a cura di Silvio Ferrari, prefazione di Erri De Luca, Einaudi, Torino, 2012.







La dedica 


Ti dedico i miei occhi, le mie labbra, i miei denti.
Le poesie? Che te ne fai delle mie poesie scritte perché non sapevo tacere?
Che te ne fai delle mie poesie che non ti possono amare? 

Com’è bello che non siamo né uccelli né devoti all’imbrunire
e non abbiamo le ali ma le braccia.
L’ultima cosa che ci attende non può essere la nostra morte,
perché i desideri del nostro sangue da qualche parte devono continuare. 

Tu sei una donna, piccola,
tu sei una piccola donna
e un immortale agosto ti ho portato nelle mie ballate.
Resta col mio ti Amo che sopravviverà a tutte le mie
lamentevoli nenie, a tutte le mie trasformazioni.
Resta accanto ai miei occhi. 

Sopravviveremo a noi stessi, non solo nel tumulo delle nostre tombe,
perché abbiamo saputo, abbiamo saputo, teneri e superbi,
fuggendo dai coltelli e dalle granate uccidere gli angeli in noi
continuando a restare angeli. 

Posteri, cercateci qualche volta seguendo un filo rosso,
solo i nostri corpi giaceranno sotto la terra muta,
ma calpestate piano,
per non ferire le nostre labbra,
e non pestate i nostri sguardi morti. 


1955·  





La linea Maginot 


Fra te e me ci sarà sempre la linea Maginot,
fra te e me ci sarà sempre l’Ombra delle Disgrazie Passate,
il Cielo dei Caduti ci sarà,
e le mie poesie più amorose scritte per te ti faranno ricordare la polvere da sparo,
la polvere da sparo, le trincee, il fronte affumicato.  

Fra te e me ci sarà sempre la linea Maginot,
fra te e me,
fra ogni nostro Aprile e noi, 
fra ogni nostro novembre e noi, 

l’Ombra delle Disgrazie Passate, il Cielo dei Caduti, la linea Maginot,
e mai, davvero mai riusciremo tu e io a occuparci soltanto delle tende nuove
necessarie a far cinguettare il nostro appartamentino,
necessarie per sottrarci alla vista di tutti quando beviamo i dolci vini del nostro amore,
per non farci vedere da nessuno quando torniamo dalle nostre
inutili fughe stanchi,
per non far scoprire a nessuno le tacite ragioni per cui viviamo. 

Fra te e me ci sarà sempre la linea Maginot,
fra te e me, fra noi, fra tutti noi,
per dirci quanto siano insignificanti le tende nuove nel nostro appartamento
quanto sarebbe comicamente irrilevante anche chi potesse vederci quando ci amiamo,
qualcuno che potesse lamentarsi di noi quando ci amiamo. 

Fra te e me ci sarà sempre la linea Maginot,
L’Ombra delle Disgrazie Passate, il Cielo dei Caduti, la linea Maginot.
I treni ci porteranno nelle nostalgiche primavere dei nostri aprili novembrini
perché il nostro tetro carico urbano di pensieri
si arricchisca di verde così necessario per vivere, così necessario per amare,
così necessario per andarsene umanamente,
ma sappi:
noi non riusciremo mai a raccogliere le margherite solo come margherite,
perché fra i fiori e noi, fra te e me,
ci sarà sempre la linea Maginot. 

Fra te e me ci sarà sempre la linea Maginot.
Fra te e me,
fra ogni nostro desiderio e noi,
fra ogni nostra partenza e noi,
fra ogni nostro ricordo e noi
ci saranno sempre
L’Ombra delle Disgrazie Passate, il Cielo dei Caduti, la linea Maginot.


1955·  





Nell’occasione di Ljermontov 


Stiamo a giacere in questa vallata
non daghestana
circondati di silenzio e di pini. 

Sopra di noi le nuvole: Come in Ljermontov. Senza pietà
eccole
entrano nei nostri ricordi.
E tutt’a un tratto, mai vista, davanti a noi si staglia Kazbek.
Dietro a ogni albero è come se stesse in agguato
un Martynov. 

Io penso a Ljermontov e ti recito le sue Nuvole. 
E di me? 
Chi si ricorderà di me un giorno in questa vallata non daghestana? 

Davvero nessuna nuvola sarà l’occasione per riflettere su di me? 
Nessun ti amo? 
Nessun arrivederci? 

Chi col mio nome 
Paragonerà un giorno d’estate?
Chi? 

Chi tranne la pioggia piangerà la mia morte 
già rannicchiata da qualche parte 
nel futuro? 

Chi piangerà la mia morte 
senza duello, senza Martynov? 
(la data aggiungetela in seguito!) 

Io strabico, 
io patetico Ljermontov
dell’epoca di Lili Marlene. 

Chi con i miei versi
passeggerà domani sul fare della sera?
Sulla figura della mia speranza chi vorrà scolpire la propria? 

Non importa, non importa.
Ora stiamo a giacere in questa vallata 
circondati dal silenzio dei pini. 

E conta solo che tu sei vicino a me e che arriva la pioggia.
La pioggia.
Non i carri armati!


1956·  





Tamara 


Tamara non è ancora nata, 
non sa ancora niente di Ionesco, di Beckett, 
ma qui ci sono tutte le Durmitor che un giorno visiterà, 
tutte le Venezie, tutte le Napoli, tutte le Lubiane del mondo. 

Qui ci sono tutti i monti Everest dove si arrampicherà, 
come oggi ci sale Hillary. 
Tutte le poesie che scrivo, tutti i miei non scritti sonetti 
annunciano il suo arrivo. Gli armadi 

già attendono i suoi maglioni e le bluse. 
Dovrà portare vesti del colore del cielo d’agosto quando 
sembra sanguinare nel crepuscolo. 
Qualcosa di chiaro come questo prologo su di lei. Qualcosa 
che indossavano le muse 
all’epoca di Ljermontov, quando scriveva del Demone e di Tamara. 

Tamara non è ancora nata. 
Non sa ancora niente di Dostoevskij, di Flaubert. 
Nessuno può darle un appuntamento in questa notte mentre 
scroscia la pioggia 
ostinatamente come in Prévert. 

Ma qui ci sono tutti i selciati che splendida come un giambo 
la incontreranno nei gennai bianchi di sogni, di desideri, di neve. 
Sul suo arrivo ecco è già scritto anche un ditirambo. 

Voi tutte future Tamare, prendetelo. 
In dono vi offro stasera tutta la storia fino ad oggi, 
tutte le sofferenze umane da Adamo ed Eva. 
Se la vostra vita non sarà migliore di tutte le nostre 
non accusate le stelle ma i padri. 


1959·  





Sarajevo 


E adesso dormano pure tutti i nostri cari e immortali. 
Sotto il ponte presso il II liceo femminile gonfia la Miljacka scorre. 
Domani è domenica. Prendete il primo tramway per Ilidža. 
Naturalmente nell’ipotesi che non cada la pioggia. 
La noiosa lunga pioggia di Sarajevo. 
Chissà se ne sentiva la mancanza Čabrinović in prigione! 
Noi la malediciamo, la insultiamo, e tuttavia mentre cade 
fissiamo i nostri appuntamenti d’amore come fossimo in pieno maggio. 
Noi la malediciamo, la insultiamo, coscienti che 
pur ingrossata dall’acqua 
la Miljacka non diventerà mai né il Guadalquivir né la Senna. 
E allora! Forse per questo ti amerò di meno 
e ti tormenterò meno nelle sventure? 
Per questo sarà forse minore la mia fame 
di te o minore il mio amaro diritto 
di non dormire quando incombono sul mondo la peste o la guerra 
e quando le uniche parole diventano « non dimenticare » e « addio »? 

Del resto forse questa non è neppure la città dove morirò, 
ma in ogni caso essa mi ha meritato 
incomparabilmente più sereno, 
questa città dove forse non sono neppure stato troppo felice 
ma dove ogni cosa è mia e dove posso sempre 
trovare almeno qualcuno di voi che amo 
e dirvi che mi sento solo fino all’angoscia. 

Potrei farlo anche a Mosca, ma Esenin è morto 
e Evtušenko si trova certamente in qualche posto della Georgia. 
A Parigi come potrei chiamare il pronto soccorso 
se non ha risposto neppure agli appelli di Villon? 
Qui, se chiamo persino i pioppi, miei concittadini, 
anch’essi sapranno ciò che mi fa soffrire. 
Perché questa è la città dove forse non sono stato troppo felice, 
ma dove anche la pioggia quando cade non è solo pioggia. 


1961·  








CONTATTI / CONTACTS 
                                                      Facebook: Caponnetto-Poesiaperta|Facebook                                                                           
                                                       e-mail: Caponnetto.ni@gmail.com                                                             





2 commenti:

  1. "«Chi ha fatto il turno di notte per impedire l'arresto del cuore del mondo? Noi, i poeti». Nell'assedio più lungo del 1900, nella Sarajevo degli anni Novanta, i cittadini andavano alle serate di poesia nel buio di una città senza corrente elettrica. Sperimentavano che in una guerra solo i versi sono capaci di correggere a forza di sillabe miracolose il tempo sincopato dei singhiozzi, il ragtime delle granate, l'occhio di un mirino addosso. I versi portano la responsabilità della parola ammutolita. I poeti leggevano o dicevano a memoria il loro canto da una città assediata. Agli italiani che lo raggiungevano nell'accerchiamento Sarajlić dava il «Benvenuti nel più grande carcere d'Europa». I poeti facevano il turno di notte in Sarajevo per impedire l'arresto del cuore del mondo." Erri De Luca (dalla prefazione al libro di Sarajlić CHI HA FATTO IL TURNO DI NOTTE, Einaudi, 2012)

    RispondiElimina
  2. Da queste poesie si libra un respiro immediato che tiene in vita persone,città,cose.Tutto assume l'importanza del tempo che vive ed evolve.Che manifesta cose nuove in cose vecchie.Con disinvoltura delle consapevolezze forti e immortali,nella definizione di passato e futuro senza temere errore o dubbio di nome e luogo.E' una poesia del riscatto ,dei teoremi esistenziali che impongono il ricordo e poi lo sciolgono.Che identificano tutto per non perdere niente.Anche la pioggia ha un ruolo e una fisicità.E la fisicità sembra dover essere anche dopo la morte, perchè "i desideri del nostro sangue da qualche parte devono continuare".
    Leggendo queste parole,si ha l'immediatezza di uno spazio enorme che si apre tra il prima e il dopo di un sacrificio,di una vita,della pioggia stessa che, quando cade, non è mai solo pioggia.

    RispondiElimina