lunedì 7 maggio 2012

CHARLES SIMIC - SETTE POESIE DA: "HOTEL INSONNIA"






Charles Simic è nato a Belgrado nel 1938. Dal 1953 risiede negli Stati Uniti, dove insegna Letteratura inglese all'università del New Hampshire. Nel 1967 è apparsa la sua prima raccolta di poesie, What the Grass Says. Da allora ha pubblicato un cospicuo numero di opere fra cui ricordiamo Prose Poems (1990), che gli è valso il Premio Pulitzer, e Jackstraws (1999), insignito dal «New York Times» del titolo di «Notable Book of the Year». Ha tradotto in inglese poeti serbi, croati, macedoni, sloveni, francesi.


« Charles Simic, ironico, sfrontato, guizzante e tenero poeta, è maestro della lirica breve e della sprezzatura. Il suo mondo, folto di immagini balenanti («Le stelle – impronte di denti sulle matite dei bambini»), è una sottile, tenace esplorazione di quanto ci sta intorno. L’insonnia è la sua malattia. Il suo sguardo, attratto dalle zone di confine, si posa spesso su una regione sospesa tra il sogno e la veglia, la fantasticheria e la contemplazione, in cui il lettore si trova, in un primo momento, spaesato. Le sue parole ricreano fotogrammi dall’inquadratura decentrata, ritraggono dettagli della realtà per mostrarne l’elemento alieno che vi è inglobato, allegramente terrifico, eppure consueto. Un elemento che vive a nostra insaputa e sotto i nostri stessi occhi: «e a mezzogiorno il soffitto / è un sontuoso viluppo / d’ombre frondose / che s’aggrovigliano e sgrovigliano». Il tono discorsivo, il lessico semplice, la sintassi elementare e il verso libero danno forma a visioni terse, sorprendenti quanto icastiche, trama di un cantare zingaro che costeggia la morte opponendole il sorriso di un’intelligenza ardente quanto vigile »

Dal risvolto di copertina del libro: Charles Simic, HOTEL INSONNIA, a cura di Andrea Molesini, Adelphi, Milano, 2002, da cui sono tratte le poesie qui presentate






Viaggiare 




Mi tramuto in un sacco. 
Un vecchio stracciaiolo 
mi porta fuori all'alba. 
Ci trasciniamo curvi. 


Ecco qui, dice, la cravatta blu, 
un uomo l'ha scalata mentre gli stava al collo. 
Ora lassù singhiozza 
perché non sa come calarsi giù. 


Ma io non dico niente, cosa può dire un sacco? 


Ecco qui, dice, il cappotto. 
Il suo nome è Achab, i suoi sono i nostri stracci. 
È in cerca del sarto che lo ha fatto. 
Vuole strappare via tutti i suoi fili neri. 


 Ma io non dico niente, cosa può dire un sacco? 


 Ecco qui, dice, un paio di stivali, 
mentre andavano a fondo, mentre andavano sotto 
la loro vita videro in un lampo, 
dovunque andremo si aggrapperanno a noi. 


Ma io non dico niente, cosa può dire 
un sacco rigonfio di stoppa fino al collo? 






Paesaggio con grucce 




Così tante grucce. Ora persino la luce del giorno 
ne ha bisogno, persino il fumo che sale su. E le baracche – 
una per cliente – che sene vanno 
in fila indiana, con difficoltà, 


dicevo, con un dannato sforzo... 
e, dietro, gli alberi sul punto d'inciampare, 
e le formiche sulle grucce giocattolo, 
e il vento sulle grucce fantasma. 


Non riesco a trovare pace qui intorno: 
il pane sui suoi arti artificiali, 
una bambola su una sedia a rotelle, senza testa, 
e mia madre, proprio lei, che adopera i coltelli 
come grucce mentre s'accoscia per pisciare. 






Occhi cuciti con gli spilli 




Quanto sodo lavori la morte 
nessuno lo sa quanto lunga 
sia la sua giornata. 
Le stira la biancheria 
il consorte lasciato a casa. 
Le belle figlie 
le apparecchiano la tavola per cena. 
I vicini giocano 
a pinnacolo in cortile 
o bevono la birra 
seduti sui gradini. E la morte 
frattanto, in città, 
in angoli remoti cerca 
qualcuno con una brutta tosse, 
ma l'indirizzo è, chissà perché, sbagliato, 
nemmeno la morte può scovarlo 
fra tutte quelle porte sprangate. 
E comincia a cadere la pioggia. 
l'aspetta una lunga notte di vento. 
Non ha nemmeno un giornale 
per coprirsi il capo, nemmeno 
un gettone per chiamare chi si consuma, 
l'uomo assonnato che piano si spoglia 
e nudo si distende sul letto 
dal lato che spetta alla morte. 






Ragazzo prodigio




Sono cresciuto chino 
su una scacchiera. 


Amavo la parola scaccomatto


Il che sembrava impensierire i miei cugini. 


Era piccola la casa, 
accanto a un cimitero romano. 
I suoi vetri tremavano 
per via di carri armati e caccia. 


Fu un professore di astronomia in pensione 
che m'insegnò a giocare. 


L'anno, probabilmente, il '44. 


Lo smalto dei pezzi che usavamo, 
quelli neri, 
era quasi del tutto scrostato. 


Il re bianco andò perduto, 
dovemmo sostituirlo. 


Mi hanno detto, ma non credo che sia vero, 
che quell'estate vidi 
gente impiccata ai pali del telefono. 


Ricordo che mia madre 
spesso mi bendava gli occhi. 
Con quel suo modo spiccio d'infilarmi 
la testa sotto la falda del soprabito. 


Anche negli scacchi, mi disse il professore, 
i maestri giocano bendati, 
i campioni, poi, su diverse scacchiere 
contemporaneamente. 






Così 




Di diavoli azzurri 
la più azzurra progenie. 
mia moglie. 


Dissi, 
come Pascal 
mia mogli eccelle 
nel contemplare abissi. 


Le sue ginocchia 
ancora ricordano 
la scala di marmo 
di una contessa russa. 


Tempo addietro a Parigi 
raccoglieva le cicche 
fuori dai caffè alla moda 
per suo padre, disoccupato. 


O nel Nuovo Mondo, 
nuda davanti all'arcigno 
dottore e all'infermiera, 
con un soffio al cuore. 


Tuttavia infila 
l'estremità di un filo nero, 
inumidita di saliva, 
nell'occhio immobile dell'ago, 
dodici ore al giorno. 
Una sarta sublime, 
un duro mestiere per la schiena 
e la vista. 


Nelle buie domeniche d'inverno 
arduo mettere a fuoco 
lettere e parole straniere 
sui libri di testo della scuola serale. 


Orecchie delle pagine ripiegate con cura, 
brani evidenziati, 
tutti quelli su uomini linciati, incatramati di piume, 
sui roghi delle streghe – 


davanti a una tazza di caffè – 
quello nero che fanno gli zingari 
quando si siedono a fissar la pioggia, 
con le labbra che appena si muovono. 






Salmo 




Ci hai messo un bel po' a deciderti, 
oh Signore, su questi pazzi 
che governano il mondo. Arrivano dovunque 
e i loro artigli devono averti spaventato. 


Uno di loro mi scovò con la sua ombra. 
Il giorno si era fatto freddo. Ondeggiai 
fra il terrore e il coraggio 
nell'angolo più buio della stanza di mio figlio. 


Ho cercato con i miei occhi, Te in cui non credo. 
Ti impegni a rendere graziosi i fiori, 
a far sì che gli agnelli non smarriscano la madre, 
o forse nemmeno di questo ti curi? 


Era primavera. Gli assassini con un'aria sportiva 
e allegra, e le tue divinità 
al loro fianco per accertarsi 
che i nostri addii venissero pronunciati bene. 






Al tizio del piano di sopra 




Capo di tutti i capi dell'universo. 
Signor so-tutto, burattinaio intrigante, 
e qualsiasi altra cosa tu sappia fare. 
Avanti, smazza i tuoi zero questa notte. 
Intingi nell'inchiostro code di comete. 
Graffetta la notte con luci di stelle. 


Meglio per te sarebbe leggere nei fondi di caffè, 
o sfogliare l'Almanacco dell'Agricoltore. 
Ma no! Ti piace darti arie, 
e coltivare la tua rinomata serenità 
mentre siedi alla grande scrivania 
con niente di niente nel vassoio 
della corrispondenza in arrivo o in partenza, 
e tutta quell'eternità disseminata intorno. 


non ti fa accapponare la pelle 
sentirli supplicare in ginocchio, 
farfugliando tenere parole come se tu 
fossi una bambola gonfiabile a grandezza naturale? 
Di' loro di rimettersi in sesto e andare a letto. 
Basta fingerti troppo occupato per notarlo. 


Le tue mani sono vuote e così i tuoi occhi. 
Niente su cui apporre la tua firma, 
anche se tu sapessi quale nome darti, 
o credessi a quelli che continuo a inventare 
mentre per te scarabocchio quest'appunto nel buio. 













2 commenti:

  1. Le cinque pagine dal titolo SU QUELLA RIGA INVISIBILE che Andrea Molesini dedica a Simic a mo' di postfazione del libro HOTEL INSONNIA, si chiudono così: "... Senza volerlo, il lettore italiano lo accosterà ai grandi slavi a noi familiari: Herbert, Miłosz e, in particolare, la Szymborska. Accostamenti arbitrari, certo, ma non del tutto impropri, perché l'anima est-europea ha lasciato il segno anche qui: il marchio del profugo, dello scampato al grande mattatoio della Storia, del bambino messo in castigo dietro la lavagna che quasi senza accorgersene è felice della propria solitudine, di una preziosa diversità. E così sono la sciatteria che tutto banalizza, la vocazione al conformismo i nemici del suo cantare zingaro dagli ingredienti elementari e dal sentire affilato, divertito, perfetto come l'andare di un gatto."

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  2. Gentile signor Caponnetto: ho letto recentemente - e riletto - la raccolta di aforismi "il mostro ama il suo labirinto" di Simic, che è una mente puntuta e di eccezionale ironia. Non sarei in grado di leggere per intero una sua antologia, mi stuferei dopo poco a meno di poterla leggere in lingua originale, ma quelle che ho letto qui mi sono piaciute - le ho comprese e vi ringrazio. Tuttavia non mi azzarderei a definire Milosz e Szymborska "grandi slavi a noi familiari". Io non li conosco e può essere un mio problema, ma sono sicuro che nemmeno chi ha completato il liceo classico - per dire- ne ha mai sentito parlare e nell'italia di oggi semplicemente non esistono, allo stesso modo delle migliaia di libri che sono disponibili in libreria o in biblioteca e nessuno prende nè prenderà mai in mano. Altra è naturalmente la cultura degli specialisti. Grazie

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