mercoledì 16 maggio 2012

ANILA HANXHARI - SEI POESIE











Anila Hanxhari è nata nel 1974 a Durazzo (Albania), vive a Chieti. Ha al suo attivo per la poesia le raccolte Io tu e l’anima, Assopita erba dell’Est (Noubs, 2002), Cicatrici d’acqua (Noubs, 2007 - prefazione di Giuseppe Conte, con una nota di Massimo Pamio), Brinidisi (in uscita); è presente nell’Antologia “Nuovissima poesia italiana”, a cura di M. Cucchi e A. Riccardi, Mondadori, 2005. Sue poesie sono apparse su “Lo Specchio de La Stampa”. Ha vinto vari premi (tra cui il Premio Camaiore-Proposta 2002, il concorso RAI Miss Poesia 2006 e il premio Poesia nella vita 2011), è stata invitata in diverse manifestazioni letterarie (tra cui il Festival Internazionale di Poesia di San Benedetto del Tronto 2004 e il Festivaletteratura di Mantova 2006). È Presidente dell’Associazione Culturale “Italfida”, con cui ha ideato e curato molte rassegne di letteratura e arte. È anche pittrice presente in diverse mostre collettive e narratrice (in via di pubblicazione il romanzo Maria delle caramelle).





Confini della poesia (nota introduttiva al libro di Anila Hanxhari “Cicatrici d’acqua”, Edizioni Noubs, Chieti, 2007)

Con la “gobba di trifogli in fiocchi”, il “pupazzo di neve”, ovvero la nostra anima, per un attimo disseppellita dal solco dell’aratro, torna ad essere visibile. È la prima lirica, “Il circolo della vita”, a suggerirci la chiave della trama che viene ordita dalla Hanxhari in questo nuovo racconto poematico, in cui il dialogo tra epica e quotidianità, tra realtà e forza visionaria e surreale dell’immaginazione, indica il tema portante attraverso cui si snoda il canto dell’esilio di chi ha deciso di riscrivere l’alimento fornitole dalla sua cultura, complesso di esperienze e conoscenze che, in nome della continuità della vita posta al di là della verità, espleta il destino della terra fecondatrice e ultima custode delle creature. Sennonché, quando qualcosa si spezza nelle reazioni tra gli uomini, se l’abominevole sete di dominio esplode e prende le forme della guerra, del conflitto, del sopruso, della violenza, del genocidio, che viene stravolta perfino l’impronta dell’ultimo passo, che non avviene più sulla terra, come parrebbe ovvio per un mammifero bipiede, ma in un tratto di mare, insospettabile e non voluto approdo per i disperati che, fuggiti dalla loro patria alla ricerca di una diversa fortuna, in “nuovi cieli e nuova terra”, nel corso della perigliosa navigazione resa spesso ancora più ardua dall’uso di mezzi inadeguati, finiscono per sparire nell’acqua. Ogni giorno, non solo nel braccio che separa l’Albania dall’Italia, ma anche nel Canale di Sicilia, alla sensibilità della poetessa, annegano profughi provenienti dai paesi più diversi. Sulla superficie affiorano per Anila Hanxhari, “cicatrici d’acqua”, ferite irrimarginabili che l’acqua non nasconde alla sensibilità della poetessa, capace di trasporre un dolore estremo e lancinante in una potente metafora. In un grido, che lanciato come pietra non tornerà mai più indietro, si esprime una sorta di eredità comune e metafisica, luce di questa raccolta poetica. Ciascuna parola trova uno ed un solo grido: il suo. E lì si rispecchia silente, per raccontare il simbolo, la dimensione in cui l’uomo è crocifisso al corpo dell’urlo. Rivolto verso dove, e a chi?
Lo scrittore spia la vita per spiegare la morte. È sempre sul confine - perché egli si situa sempre nel mezzo, tra realtà e sogno, tra pensiero e silenzio, tra terra e mare, tra cielo e Aldilà. Nel caso di Anila Hanxhari, il poeta è il luogo stesso del confine, dove si consumano l’esilio e lo sradicamento non solo del corpo, cui sempre il potere - soprattutto oggi, nell’età dei mass media che impongono l’opinione e l’ideologia del potere – ha tolto la parola, ma anche provocato l’escissione dell’animo. Tra il sonno e la disperazione prende forma scrittura del senza parola, del povero, dell’esiliato, dell’uomo di confine; nel caso di Anila si tratta di una lingua che non è quella materna: l’italiano, come idioma del dolore. Forse per questo sradicamento il corpo apprende la parola in modo nuovo con slittamenti del livello del senso. Staccato come “una castagna dall’albero”, l’io di queste liriche lascia nella terra d’origine un’immateriale anima, che si aggira e disperde in quei luoghi cari come in un cimitero (della memoria). Nella memoria, d’altronde, il tempo è imbalsamato, e l’anima che vi si aggira è consapevole di viaggiare in uno spazio che non c’è più e che solo la poesia può descrivere. Il luogo scelto dalla Hanxhari è dunque un rifugio creato per scrivere, il rifugio dell’anima (per sempre?) perduta. Solo un poeta che ha non perso la sua anima può scrivere di lei e accennare al “santuario dei perdenti”/dove si confessa la forza/in dedali neri di misericordia” (Il privilegio e il santuario).
Anila racconta l’epopea dei perdenti che, depredati dell’anima, riprendono la voce, per riferire di una terra in cui, come scrive Ornela Vorpsi nel suo primo romanzo, “non si muore mai”.
Anila Hanxhari, una delle voci più importanti di unEuropa messa tra parentesi, o rimossa, o lasciata agonizzare, parla per tutti i diseredati, i senzapatria, gli esiliati, gli sfruttati, i poveri, i perdenti. In una società globalizzata che è sempre più emarginante, che traccia un solco tra gli uomini come una trincea, con falso, ipocrita e orribile manicheismo.

MASSIMO PAMIO



Avvertenza: si tenga presente che le due poesie “Arlecchini in lutto” e “Uscendo dalle prime pagine sapevo/Che un segnalibro porta vento” sono comprese in: Anila Hanxhari, “Cicatrici d’acqua”, Edizioni Noubs, Chieti, 2007, e - unitamente alla precedente nota di Massimo Pamio - appaiono qui per gentile concessione dell’Editore. Le restanti quattro poesie sono inedite e tutelate a norma delle vigenti leggi sui Diritti d’Autore.









Pesa l’eterno quando non muoio
e il dolore tracciato a righello
ha la frivolezza della neve
io mi dissolvo per mancanza di spazio
deve nascere il prossimo martirio
a forgiare la donna
posso chiudere un occhio
e dirigere l’orchestra
ho un Dio con vista al potere
mi si parla dell’amore come un dolore
concesso per migliorarci
della fiducia che frena lo sguardo
e lo consegna allo scatto
non mi ospito quando non mi fermo
e non manco quando abito
la semplicità è la vittoria sul dubbio
è il traguardo del bene
mi rivela la luce gremita di cianfrusaglie
s’invecchia per aprire la porta alla serenità
con un cane incarnato tra le vertebra
mentre faccia a faccia assorbiamo il corpo
e imparo l’aria a più mani
quando impugno la presenza
ecco cosa servono i vitabrevi come me
quelli che nascono e muiono dalle mani
lontano dal saccheggio
brinderai i feriti brilli dallo specchio
i confini con i seni di rosari
accenderai un falò con le favole i fondali
e volerà il nero
il tarlo che vizia il cedimento
e con la morte non andrò via
cadrò in ginocchio come una radice






Arlecchini del lutto



Noi siamo gli acrobati del bene e del male
Quando chi bada al fuoco è giusto
Una scheggia gelida che si ritira dal proprio iceberg
E dall’eden scrostato sui marciapiedi
Noi putrefatti all’antartide
Come stalagmiti non siamo solo il tempo
Di mutare in gocce
Piuttosto il passepartout della misericordia
I segnaalbe con cui cloniamo l’amore
Per generare l’esodo
Noi siamo gli arlecchini del lutto
E non ci basta l’aria crocifissa al palato
Dove noi siamo figli sottovuoto
Le viscere hanno libertà
Per cremare le maschere
Con il diritto di tornare a casa
Come le rondini sui pianoforti
Siamo la membrana della memoria smaltita
E non basta la vecchiaia
Per farci perdonare tutto






Trasloco



io sono pazza come i fiori
che gelano la meraviglia
e deglutiscono le tue mani
che radono al suolo le radici
io ho i talloni stanchi
e non rivendico la scarpina gli ornamenti
quando piove e s’ingrossa l’eterno
mi trattieni con la cinghia
quando sgorgo tra i vetri
e il groviglio delle dita
l’inumano non è nell’avvinto
quando atterra con la nebbia
l’uomo che umilii mentre menti
è un tuffo per oltrepassarti la mia permanenza
per paura dei ladri della neve
ci copriamo fino al naso di notte
la neve si fa strada sulla pelle
la seduta è il travestimento
accorda il coro della ferita
sgambetta per recuperare i resti
ma i cadaveri non cadono
se il dolore è il mazziere
tu l’ultimo a vedermi in vita
mi accusi di rinascita
di commando a bacchetta
quando dico non mentire
io mi diletto a uniformare la rugiada sulle foglie
venire a galla - città sotto i bombardieri
tu solenne come una ferita
metti all’asta l’ebbrezza l’altra sponda
l’inginocchiatoio della chiesa
solo la cenere oltreppassa il pugno
e la puntualità del buio
quando la verità ha la ricorrenza
e il tempo lavora le venature
cosa ne hai fatto della felicità mi chiedi
eh come sbattere la testa da piccoli
ricordo i segni dell’eterno
nel mirino della foglia
e la carne nata dalla veglia






Uscendo dalle prime pagine sapevo
Che un segnalibro porta vento



Io nascevo a singhiozzi
In una casa condivisa da ospiti
Su cento alberi
Raggiungendo la libertà senza parlarne
Con la valigia di veli a luce piatta
Malgrado il falegname degli esili
Scolpiva la dote della venere
Avevo mozziconi di farfalle
Le persiane sconfitte dai tamburi
I pezzi del mare ammucchiato fra i banchi
In un brivido a ombrello
I corvi mi hanno mangiato i piedi
Mi hanno costretta a volare
A fare orli di donna con i seni
A sfamare di latte gli angeli
E l’impasto crudo dei passi
Origliando il grido che raggela e tinge
Le maschere di lieviti dei profeti
Sull’ombelico bruciato delle cagne
L’ora che spera di durare l’amore






Dio, non so se morire è lo spartineve degli anni...



Se hai un occhio che sanguina Dio
e hai bisogno del pianto per purificare
il luogo della rosa
dimmi se urtare un sasso insieme sia l’amore
dimmi se l’amore è passare il tempo a rincorrerci
senza capire che il tempo e lì a tutte le ore
e noi occupati a salvare l’apparenza della neve

Dio
non so se morire
è lo spartineve degli anni
mentre libera la città
e accumula la neve sulla porta di casa
il mestolo che stacca il cuore dal faro
s’intaglia come un flauto
che sanguina gli alberi con un soffio
si scava una tomba al mare con la bocca
si rammenda di gabbiani e uomini
di lividi di fiori che mi promettono in sposa

Se intravesessi dal grembo
come assopisce il suono dell’uomo
si deve avere un luogo spoglio
se duole la foglia eppure il gelo nel nevaio
e Dio veglia per lasciarmi libera da Lui






Come posso legare la tua lingua al tronco
Rimanere di fronte formica a formica
Accoppiarci con il ventre di foglie
A fare un’ombra di stagione

Come posso fermare il tuo nudo
Che sviscera sulla mia pelle
Schiodata dalla terra
Ed essere la fame che ti sfama
Mentre mi scongelo sotto la tua carne e piovo
con una nota di lattine vuote
Legate alla caviglia che stringi e converti
Per fare di me la sposa che non ami

Come posso grandinare e non perderti
In tanto rovescio di cuore e denti
assediare il tuo amore
Che non ha terra
Ma l’alba che aggrovigli nella mente e premi
Per avermi una sola volta e poi ancora
Perché tu credi nella stagione
Ma non nelle piogge nelle nevi che vomito
Quando mi fai piangere e mi sgrembi e mi sfarfalli
Per dirmi che i miei pugni sono troppi
E io il meglio che ti poteva capitare
E tu l’ultimo giorno del meglio

Fai cadere i tronchi e precedi il padre
E respiri me per spiarmi
Costruisci un figlio che cala il sipario
Dal dolore del cane che non abbaia









4 commenti:

  1. «Ti amo perché non è un problema tuo / Arredare i miei occhi con le lacrime / Quando la fiducia ha il nascondiglio / All’argine del cane / Ti amo perché non si gioca con la libertà / Quando il raccolto dell’età rende l’assenza / Uomo annodato agli ormeggi / Se l’amore è uno stormo di anni senza età / Non so se non invecchiare fa bene / Alla stagione della potatura / E se avere più anni fa l’immagine dello specchio più nitido / O se lo specchio con l’età sfuma di bianco la pupilla / E rende l’amore cieco / ...» (Anila Hanxhari - dalla raccolta inedita “Brindisi")

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  2. Anila è una creatura meravigliosa che vive "nell'Eden scrostato sui marciapiedi",respirando "l'aria crocefissa",dopo essere "nata a singhiozzi".Ogni sua parola è un brivido che percorre l'esistenza,smascherandone le piaghe con rabbia che non vuole ferire,ma salvare l'innocenza delle consapevolezze,anche le peggiori.La poesia di Anila è una madre che conosce bene i suoi figli e parla di loro con autorevolezza amorevole:severa e autentica,ansiosa e imprescindibile.Rimane legata ad essi,senza tradirne mai il divenire e li guarda anche da distante,senza poter intervenire,senza poterli salvare.Non si può non amare tutto questo.Nulla è costruito,nulla è amplificato.Non c'è retorica ne banalità che si sommi ad un dolore che costruisce un figlio,che cala il sipario.
    Meritevole di lode,mia cara Anila.

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  3. Non avevo dubbi sulla potenza poetica di Anila e quando la leggo, e qui me lo conferma, mi lascia sempre infiniti istanti di riflessione. Anila Hanxhari, trasmette una consapevolezza che, come dice Sonia, ricorda una madre nel rapporto con i figli e i suoi versi sono parte di lei, emersi da un placentario posto lì, da qualche parte nella sua anima. Bella, davvero bella lettura ma, "Dio, non so se morire è lo spartineve degli anni...", la sento che mi si muove sotto la pelle. Grazie Anila e Antonio per questa meraviglia.

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  4. Anila sicuramente è sempre interessante da leggere, ricordo di averla letta per la prima volta in "transiti poetici" e la invitai subito in Cenacolo da poco nato, per cui posso dire che è un membro "storico" del gruppo. L'ho sentita leggere in video ed ho apprezzato anche la sua recitazione, da tutto ciò mi si è consolidata l'idea di un'artista completa e innovativa... Giancarlo Serafino

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