mercoledì 23 maggio 2012

ALBA GNAZI - QUALCHE COSA SULL'AMORE (CINQUE POESIE)







Notizia Autobiografica:

Alba Gnazi, nata nel ’74 in provincia di Roma; fin da ragazzina per me le parole sono una chiave e un ponte, un codice privilegiato e misterioso, un canto: leggo da quando ne ho memoria.  Cresciuta con la narrativa italiana e americana, con le prose omeriche e i classici per ragazzi, da adolescente incappo nella Poesia di Montale: esperienza totale e definitiva, che si fa esplosiva quando mi imbatto, un po’ più in là,  in T.S. Eliot.  Ho pubblicato un breve libro di narrativa nel 2010, ho partecipato, e qualche volta anche vinto, a concorsi di Poesia e di racconti di genere vario. Ho scritto delle recensioni per alcune riviste letterarie e musicali  e collaborato all’organizzazione di eventi culturali. 

Delle poesie di questa Autrice il nostro blog si è precedentemente occupato ( si veda: ALBA GNAZI - QUATTRO POESIE INEDITE ). 




Noi, oggi, per dirla con le parole della stessa Alba Gnazi, pubblichiamo qui “ qualche cosa sull’Amore. Pezzi che ne raccontano l’attesa, l’esplosione, l’illusione, la consapevolezza della fine, la fine vera e propria. Alcuni di essi hanno partecipato a concorsi, sono in qualche antologia mista ”. 






Ti ho sognato di notte



Ti ho sognato di notte
Stanotte
Abbacinata da voci in sordina
Che ululavano il nome nel nulla del buio che


E nel fitto degli aghi di pioggia sulle mani
Quando il sole s’arrende
Ho scavato e scalato e cercato tra
Germogli di terra e zolle di
Grano
il salmastro del tuo sorriso
il sapore del tuo collo
il concerto dei tuoi passi sopra


Attraverso il bitume di nebbie
Annoiate
Di specchi ombrezzati
sul tramonto ondeggiante
Il risveglio il tuo tocco il tuo tepore l’odore la molle certezza che


Ti ho sognato stanotte
Di notte
Ho sognato di te.







Notturni d’abbandono



Solfeggio la sensazione
(scioglimento, dispersione)
nell’incandescenza ritmica
del tuo tocco


A brandelli, in frantumi
il suono spira dalla veneziana
socchiusa sul mondo
che non parla quest’idioma
che non naviga la
geografia del tuo busto
che non mesce l’ebbro
vino del tuo sguardo


Io ti sento
In ogni ione
In ogni poro
In ogni sudato, stillante afrore


Tu Serpente, Farfalla, Angelo, Sciamano
Sorseggi le aromatiche
mie umide sponde
lasci sbocciare i miei capelli
alle radici dei tuoi fianchi
Dove inizio io? Dove finisci tu?
E dolcemente,
Ferocemente
Arpeggiamo
Notturni d’abbandono
In crescendo
In crescendo
E poi
...
Ad libitum
...







IN AMORE E MORTE



In Amore e Morte
Tu mi avrai
Per sempre Padrone
Del mio Tempo


In Amore e Morte
Tu mi avrai
Tesserai emisferi di
Eterno incanto


Nel Paradigma
del Quotidiano
sorretto da
bisogni indotti
eretti alle falde di
desideri corrotti
Tu mi cingi
Di scabro benessere
Le tue mani ruvide porgono
Doni al Tempio ch’è
Il mio carnal Essere
Che in penombra
Attende
E brama
L’inizio del Rito


Abbondo di
Lattea pazienza
Eterea riluttanza
Non scioglierò i fianchi dai tuoi


Sospirano le mie gambe
La mia schiena tossisce
Fame più non ho
Ma il languore
Quello
Resta
Come schiuma sulla
Cresta del maroso che
S’incrosta
Di rorido vapore
Rena smossa che
Ruggisce,
sciaborda,
s’avanza
non s’arresta.


D’Amore e Morte
Tu mi avrai
Oltre gli
Alisei
Degli umori miei
Dentro gli
Alisei
Dei pensieri miei
Un punto fermo
Hai solcato
E lì
Tu sei.







35



Né mi stai ascoltando
Se il basalto di un
Antico silenzio
Scompagina i tuoi umori
Se i marosi dei tuoi capelli
Dell’ambra non più
Il glabro rossore rivelano
Ma croste d’ombra
a metà
Tra questo letto e il cielo


Né mi stai sentendo
Se all’acquamarina che
In punta d’anima
Ti offro
Leccando il sembiante
d’una devozione
Che il cuor m’azzanna
(che un tempo mi cullava
Che ieri ti apparteneva)
Opponi
Di diafane pupille il
Feroce lume spento
Se dalle lusinghe
della mia tentazione
ti preserva
un marmoreo, vendicativo
pentimento.


Tu non m’ami.


E di tarlate promesse
Ancor foderi bocca, illusoria castità e
Singhiozzanti contrizioni
Fingendo di non udir
Lo scricchiolio che da basso
Rintocca
Il nostro addio.







In beloved memory



Ho ingoiato l’assenza di silenzio
Rastremando compagini d’emozioni


Ho scalfito ombre adunche d’incertezza
Nell’inedia filiforme del minuto che scade


E ti ho trovato, scoprendoti
In astruse ipotesi di dominio


In callose imposture d’affetto
Sei tu, lo sei, lo sai


Che di tanto, più tanto


Il silenzio


(Coltre annosa e unticcia)
s’incolla ai nostri profili


sembiante d’asfittico amore
a ridosso dell’urna fulgente
recante i sogni miei


che mai furon tuoi.  









4 commenti:

  1. Mi accade rare volte, ma mi accade, che il demone del precisionismo, un demone del tutto conservatore, mi prenda improvvisamente e, al di là della mia volontà, si muova in me come a casa sua. Questo spirito del male, che nega ogni e qualsiasi rivoluzione la Storia delle Arti abbia saputo compiere, mi fa pedante e riottoso nei riguardi di tutto ciò che non rispetta i canoni accademici, i luoghi grammaticali ufficiali, e così via. Mi ha fatto questo scherzo proprio oggi, con le poesie di Alba. Voleva da me che io negassi la storia e le rivoluzioni avvenute nel campo della scrittura e della poesia. Ma è stato costretto a mollare la presa, perché la poesia è anche l'amore che verso di essa si nutre, e proprio questo costituisce poi il nutrimento primario della poesia stessa. Ma, ora, se dico qualcosa sui versi di Alba Gnazi, finirò forse per ripetermi, tuttavia l'altro da aggiungere a quanto ho già detto per i testi di Alba precedentemente postati sul blog è che, questa poesia, mi rimanda curiosamente a Prévert, per via della variabilità delle forme, ma anche per l'uso ironico del verso, cosa, questa, che forse non avevo notato prima in Alba e nella sua poesia. Una lucida padronanza del linguaggio e delle sue strutture permette all'Autrice di debordare da queste, di camminare per sentieri non (o non del tutto) sperimentati, a saggiare sia le proprie potenzialità linguistico-espressive che il farsi, attraverso un simile cammino, di quella che Orten definisce "la cosa chiamata poesia". Il cammino resta impervio, ma i grandi esploratori dell'anima, gli artisti, i poeti veri sono da tempo avvezzi a simili cammini. E mi piace a tal proposito riportare (ricordare) qui dei versi di Antonio Machado, che mi permetto anche di ri-tradurre: Caminante, son tus huellas / el camino y nada más; / caminante, no hay camino, / se hace camino al andar… O viandante, le tue orme / son la strada, e nulla più / no, viandante, non c'è strada, / mentre vai la via si fa...

    Antonino Caponnetto

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  2. L'amore è serpente,farfalla,angelo,sciamano,in una retorica di linguaggio interiore,difficile d'abbandonare.Forse perchè l'amore,nella "sua novità",nel suo divenire,nel suo finire,è banale.Comune a tutti,nello stesso modo arbitrario.Tuttavia,Alba ha una estensione lessicale così ricca ed avvolgente che crea attorno a se una sorta di curiosità emotiva forte,come a volersi accertare di qualcosa che vada oltre la delusione dei notturni d'abbandono.Come Antonino,anche a me,sembra di cogliere le simmetrie di Prevert in un lessico armonico,giudice di se stesso nella riprova di un sentire lucido e astuto nell'ammettere l'ipocondria amorosa,senza cedere alle difficoltà esasperanti di quest'ultima.Lode.

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  3. Qui si parla proprio "di quella cosa che tu sai/e che a te piace credo quanto a me" (scusa Nino, ma la citazione non è dotta. trattasi di una vecchia canzone di Iannacci. Dunque poesia erotica - almeno per lunghi tratti - più che poesia sentimentale. Solo una donna potrebbe essere così precisa e al tempo stesso così lieve nel parlare di sesso, perché secondo me dell'erotismo la donna è arbitro assoluto, così come è il violino -e non il più o meno abile violinista- a generare la musica. Un'immagine divertente ed emozionante mi ha colpito sia per l'efficacia e la creatività sia perché mi sembra centrale per un'interpretazione di queste poesie: "lasci sbocciare i miei capelli/ alle radici dei tuoi fianchi". Splendido, perché densissimo di evocazioni: oltre all'originalità descrittiva dell'atto in sé, i capelli "sbocciano", i fianchi dell'amante (i "tuoi" fianchi) hanno "radici"...! Ma al tempo stesso questo dittico dice anche altro: c'è uno sdoppiamento tra chi "è" e chi "guarda". L'atto erotico è caricato di intenzione poetica, c'è un gradiente di astrazione e di intelletto a "interpretare" (e governare!) la vicenda amorosa. Ed ecco, come dice Sonia Tri, che non v'è alcuna compiaciuta concessione "alle difficoltà esasperanti dell'ipocondria amorosa".

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  4. canti d'amore di un cuore soffrente. Poesie belle ed intense.

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